1990 - Meno di un dollaro al giorno - Veziano Armandi
 

1990

Meno di un dollaro al giorno - Settembre

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Con la falce in mano, Jerita esce dalla sua capanna di fango e, raggiunto un albero di mango al limite di un campo di granoturco inaridito, inizia a tagliare alcuni frutti, piccoli e rinsecchiti.
Qualche frutto di mango è tutto quello che la sua famiglia avrà da mangiare per cena, assieme ad un po’ di fagioli comperati al mercato. Quando non vi saranno più frutti da raccogliere, tenterà di far bollire la corteccia dell’albero e poi cercherà delle radici di qualche altra pianta nei dintorni.


Jerita vive in Mozambico, dove la maggior parte della popolazione, quasi dodici milioni di abitanti, sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Queste le conseguenze della guerra, di scelte politiche errate e di una siccità che da tre anni sta colpendo tutta l’Africa Australe.
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Ma gli aiuti alimentari che verranno inviati dalla comunità internazionale non rappresentano la soluzione. Da una parte occorre promuovere una politica di sviluppo agricolo per consentire alla gente di sfamarsi, e dall’altra occorre fare i conti con capacità tecniche e finanziarie limitate.
Il Mozambico possiede un potenziale agricolo elevato, ma i processi produttivi sono rimasti inalterati da secoli, inclusa la pratica dell’agricoltura itinerante: si sfrutta un terreno finché rende e poi ci si sposta su uno nuovo.

Anche gli strumenti sono primitivi: la zappa per scavare il suolo e il machete per tagliare la legna. Non si utilizza la vanga, per cui la terra non viene lavorata in profondità. Solo in poche aree al centro del Paese si utilizza la forza animale per l’aratro, mentre la mungitura e la lavorazione del latte sono sconosciute, così come la concimazione con il letame e la rotazione dei terreni. La produttività di conseguenza è molto bassa ed essendo la forza umana il fattore principale della produzione, è diffusa la poligamia: avere più mogli significa avere più forza lavoro, più terreno coltivato e più sicurezza alimentare. 

La speranza di vita non supera i 42 anni: si muore per il morbillo, la malaria, la bilharziosi, la mosca tse-tse e il colera. La statalizzazione delle aziende agricole ereditate dai portoghesi e la creazione delle Aldeias Comunais non hanno dato nessun risultato positivo, per la difficoltà a superare problemi tecnici e gestionali. “Eppure – spiega un funzionario dell’Onu che sta visitando le località colpite dalla siccità – basterebbe insegnare la rotazione agraria, introdurre sementi più resistenti, utilizzare la trazione animale e la concimazione dei terreni”.

Ma a Jerita nessuno ha spiegato queste cose, così come nessuno le ha suggerito di allargare il proprio campo di granoturco per avere una quantità maggiore di polenta o accumulare l’eccedenza per i periodi di carestia. Coltiva solo quello che ritiene necessario per lei e la sua famiglia, e allo stesso modo si comportano le altre famiglie contadine che stanno scontando gli effetti della guerra e della siccità.
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Nella capanna di Jerita stanno bollendo i fagioli che, assieme ai frutti raccolti poco prima, costituiscono la cena per l’intera famiglia e l’unico pasto della giornata. Il primo a servirsi è il marito: la moglie e i figli mangeranno quello che rimarrà.

Jerita ha tre figli, ma nessuno di loro va a scuola: Lazaro non può pagare la retta di iscrizione e comperare i libri. Nonostante le condizioni in cui vive, la famiglia di Jerita è tra quelle più privilegiate della comunità: possiede un bue che usa per arare la propria terra e quella dei vicini. L’animale è tanto prezioso che, di notte, divide la capanna con la famiglia.
Ma anche affittando il bue per arare, il guadagno è talmente basso che presto Jerita e il marito dovranno prendere una decisione importante. Dovranno decidere se vendere il bue per procurarsi il cibo per i prossimi mesi ed evitare che i figli più piccoli siano inseriti nel centro nutrizionale che l’Onu sta allestendo, ma si rendono anche conto che, trascorso un certo tempo, il problema si ripresenterà.
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«Devo trovare il modo di dare da mangiare ai miei figli o queste persone li prenderanno» dice Jerita indicando i veicoli del Programma Mondiale dell'Alimentazione che passano vicino alla sua casa, il segnale che la situazione alimentare è divenuta un’emergenza resa ancora più grave dalla guerra. «La popolazione sa che, in caso di carestia, arriveranno gli aiuti. È solo una questione di tempo» afferma il funzionario dell’Onu. «Per i donatori è più facile distribuire alimenti piuttosto che modificare le cause che producono la fame e la povertà

Tra pochi giorni il centro nutrizionale sarà pronto e allora vi saranno file di persone in attesa, vecchi e bambini, uomini e donne, corpi magri ricoperti di abiti a brandelli. Jerita spera di poter evitare tutto ciò, ma deve decidere in fretta assieme al marito.
Forse venderanno il bue, ma l’entrata nel centro nutrizionale dei figli sarà solo questione di tempo.