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1990
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La Land Rover sobbalza tra le buche e gli avvallamenti della strada che da Quelimane conduce a Nicoadala, distante una trentina di chilometri.
Al posto di controllo avevo osservato, perplesso, i soldati riconoscibili solo dai pantaloni mimetici mentre le camicie a brandelli e i fucili tenuti in spalla con un pezzo di corda mi avevano fatto venire alla mente un film d’avventura. Ho ascoltato le battute che, in dialetto locale, hanno scambiato con padre Lodovico e, subito dopo, hanno alzato la fune tesa tra i due lati della strada per farci passare. «Si sono lamentati per il fatto che da giorni non ricevono il cambio e nessuno porta loro del cibo» mi aveva spiegato il missionario.
Gli avevo allora chiesto, forse ingenuamente, come potessero rimanere tanto tempo senza mangiare. «Come pensi che facciano con un’arma a disposizione?» era stata la sua risposta e, dopo qualche istante di silenzio, aveva aggiunto: «Tutte le notti vi sono incursioni e attacchi ai villaggi vicini e qualche volta anche alla periferia della città. Le autorità affermano che si tratta dei guerriglieri della Renamo, ma chi può dirlo? Guerriglieri della Renamo e soldati del Frelimo, sono vestiti tutti con la stessa divisa: abiti a brandelli. Sia gli uni che gli altri devono sopravvivere e lo fanno con le armi. Questi che abbiamo appena visto, quando sarà buio, si avvicineranno alle case più isolate e ruberanno quello che trovano. Questa guerra colpisce soprattutto il popolo.»
La strada ora è peggiorata e le buche si susseguono ininterrottamente. Per giungere a Nicoadala impieghiamo quasi un’ora e mezza. La località è piccola: alcune costruzioni in muratura, molte capanne e il mercato, dove è concentrata la maggior parte delle persone. Poco oltre l’abitato svoltiamo a destra, inoltrandoci in una pista sabbiosa e sconnessa per raggiungere la comunità di Kufemba, una di quelle che padre Lodovico visita periodicamente.
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Siamo in piena foresta, non vi è nessuno e la quiete è rotta solo dal nostro passaggio. Chiedo a padre Lodovico se vi è sicurezza. «Non ci succederà nulla, ma dobbiamo raggiungere il posto di controllo prima del tramonto» risponde tranquillo.
La zona assegnata a padre Lodovico comprende una ventina di comunità. «Ne posso visitare solo una parte - spiega mentre entriamo nel piccolo villaggio. Raggiungerle tutte non è possibile: vi sono mine sulle piste e c’è il caso che dalla strada arrivi una raffica di mitra. È vero che in genere i guerriglieri non sparano sui missionari, però ogni tanto succede.»
Scendiamo dalla vettura e subito gli abitanti si avvicinano, stringendosi attorno al missionario e salutandolo con affetto.
Sono osservato con curiosità da gente scalza e con gli abiti laceri. I bambini hanno le pance gonfie per la fame e alcune persone portano i segni di malattie. Scarichiamo i medicinali che abbiamo portato con noi e, mentre padre Lodovico s’intrattiene con i responsabili della comunità per prendere accordi sulla distribuzione di alimenti che avverrà nei prossimi giorni, cammino tra le capanne seguito dai bambini.
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Più tardi siamo nuovamente nella solitudine della foresta. Da tempo mi sto ponendo una domanda, finché mi decido: «Padre Lodovico, ci sono dei momenti in cui ti senti solo? Non hai mai pensato ad avere una famiglia?» La sua risposta giunge decisa: «Certo, una famiglia fa piacere a tutti. Ma io ho già una famiglia: appartengo alle mie comunità e all’Africa. Ed è una famiglia che mi chiede la massima fedeltà.»
La foresta è fitta e ogni tanto appaiono delle scimmie che guardano incuriosite la vettura, per poi sparire nel folto della vegetazione quando ci avviciniamo. E se improvvisamente un guasto meccanico ci costringesse a fermarci?
Chiedo a padre Lodovico se ha già vissuto un’esperienza del genere. «Mi è già capitato di passare la notte in foresta con la macchina guasta. Dentro la cabina fa troppo caldo, mentre all’aperto il problema più grande sono le zanzare e un attacco di malaria sarebbe quasi sicuro. Ma stai tranquillo, alla manutenzione dei nostri veicoli pensa fratel Carlo.»
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Quest’affermazione mi rassicura. Avevo incontrato fratel Carlo qualche giorno prima, nell’officina della missione, tra motori, attrezzi, trapani e saldatrici. Alto e magro, con una lunga barba, le mani sporche di grasso, mi aveva salutato con l’accento trentino. Indossava un grembiule blu, simile a quelli che avevo visto ad alcuni artigiani che scolpivano il legno durante una vacanza trascorsa sulle Dolomiti.
Nei giorni seguenti lo avevo accompagnato nei suoi “interventi a domicilio”, come li chiamava lui: un cancello da saldare nella casa delle suore, la macchina della diocesi che non si avviava, un corto circuito nel seminario, e così via.
Interveniva dappertutto e riparava tutto: una figura indispensabile nella comunità religiosa di Quelimane. «Da quanti anni non vai in Italia, fratel Carlo?» gli avevo domandato. Non lo ricordava esattamente. «Dovrebbero essere più di dodici. Ma cosa vado a fare? Il mio posto è qui. Pensa se non ci fossi io a fare funzionare tutto!» mi aveva risposto ridendo.
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Il sole sta tramontando quando arriviamo al posto di controllo: da qui in poi saremo al sicuro. Vi sono gli stessi militari del mattino e ci fanno subito passare.
Improvvisamente penso ai missionari come a dei militari sconosciuti alla grande maggioranza delle persone. Chi è informato, in Italia, di quello che fanno, giorno dopo giorno, le armate missionarie? I Cappuccini, i Salesiani, i Dehoniani, i Missionari della Consolata, i Gesuiti... e poi le suore Domenicane, Francescane, Serve di Maria, Agostiniane...
Sto imparando che l’Africa non ha bisogno di costosi consulenti o di grandi progetti di cooperazione. L’Africa ha bisogno delle piccole opere, quelle condotte con ingegno, intelligenza e dedizione dai missionari, militi ignoti come padre Lodovico e i suoi confratelli, persone sconosciute da noi, mentre qui rappresentano la sopravvivenza per interi villaggi.
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