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1989
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Una pace ancora lontana - Luglio
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È la terza volta che visito il Mozambico. Questa volta sono venuto in veste di presidente del Centro Cooperazione Sviluppo, l’associazione che ho fondato nel novembre dello scorso anno per realizzare degli interventi di sostegno a favore dei bambini. Nelle scorse settimane ho incontrato i responsabili della Procura delle Missioni dei Cappuccini di Trento per valutare la possibilità di iniziative a favore della popolazione di Quelimane, la capitale della provincia della Zambezia, una delle dieci province in cui si divide il Mozambico e vasta quasi quanto l’Italia settentrionale, dove i Cappuccini sono presenti dal 1947. “I miei confratelli lavoravano tra molti disagi” mi aveva raccontato P.Contardo a Trento. “Le sedie utilizzate nella nostra prima missione in Mozambico erano dei recipienti di petrolio. In alcune missioni vivevamo in capanne di paglia e dovevamo percorrere decine di chilometri in bicicletta nella foresta per visitare le comunità cristiane”. Ma non bastava solo evangelizzare, occorreva indicare il cammino ai giovani, non tanto per fare nascere delle vocazioni, ma per consentire un futuro. Furono create così le scuole primarie, quelle secondarie e le scuole d’arti e mestieri. Molti membri dell’attuale governo mozambicano hanno frequentato le scuole delle missioni. Durante il periodo coloniale, specie negli anni precedenti l’indipendenza, non erano infrequenti le critiche che diversi missionari rivolgevano all’autorità coloniale, accusata di opprimere la popolazione indigena, e alla stessa chiesa cattolica, ritenuta più alleata con i potenti che non con i poveri tanto che alcuni di loro ne pagarono le conseguenze con l’espulsione dal Mozambico. Tuttavia all’entusiasmo iniziale per la proclamata indipendenza, avvenuta nel 1975, seguirono delle misure che crearono perplessità e preoccupazione tra i religiosi: nazionalizzazione dell’istruzione e della sanità ed esproprio di tutte le infrastrutture, tra cui le missioni. In particolare sorprende la durezza e l’arbitrarietà nei confronti della religione, nonostante molti missionari avessero lottato contro l’oppressione colonialista e la dignità del popolo mozambicano.
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Nel libro del P.Arnaldo Baritussio “Mozambico, 50 anni di presenza comboniana”, è riportata una testimonianza del missionario Martino Lopez Moura: “Ho conosciuto i primi amministratori del Frelimo, opportunisti e prepotenti – scrive padre Lopez – nuovi colonialisti mozambicani. Ho sofferto il primo impatto con la rivoluzione comunista, la nazionalizzazione della sanità e dell’educazione, i tribunali popolari… Il Frelimo ha scelto come segretari del partito e direttori scolastici gli elementi più anticlericali, aggressivi, opportunisti, i cosiddetti civilizzati, quelli del sì al colono e del viva al Frelimo”. Furono anni difficili per i missionari, impediti a visitare le loro comunità (per viaggiare occorreva una particolare autorizzazione che spesso veniva negata), privati delle case, delle scuole e degli ospedali che avevano realizzato. Iniziava un periodo di sofferenza e di isolamento per la nuova situazione politica: non solo non esistevano più le strutture ma non esisteva neppure il popolo in quanto non era raggiungibile se non con grandi rischi personali. Alcuni decisero di andarsene non reggendo ad una tale situazione, ma molti restarono “ elaborando - come si legge nel periodico Missionari Nostri - nuovi metodi che, nel corso degli anni, cambieranno la loro azione adattandosi alle esigenze culturali dell’ambiente tanto da essere percepiti non più come vicini, se non alleati del colonialismo, ma come difensori dei più deboli e interpreti delle vere necessità del popolo. É la nascita della Chiesa locale strutturata su una varietà di compiti e di ministeri affidati al laicato, ormai maturo per assumere responsabilità nella conduzione delle comunità e nelle opere di promozione umana e sociale”.
Questa evoluzione rispetto al passato portò all’abbandono della missione tradizionale con le sue strutture (scuole, ospedali, internati) e alla creazione di comunità missionarie le quali divennero, negli anni seguenti l’indipendenza (cito sempre il libro di P.Arnaldo Baritussio) “pilastri portanti della nuova spiritualità missionaria, che si concretizzava nell’essere comunione di vita, esigeva povertà nelle strutture e nelle persone e spingeva ad affrontare la precarietà delle situazioni in solidarietà dentro e fuori le comunità”.
Alla repressione antireligiosa è seguita, alla fine degli anni Settanta, la guerra civile che ha distrutto centinaia di infrastrutture sociali, ucciso decine di migliaia di persone, causato milioni di profughi e portato il Mozambico ad avere il triste primato di Paese più povero del mondo.
Oggi i missionari sono presenti nelle comunità che è possibile raggiungere senza rischio ed in alcuni casi sono ritornati a vivere nelle missioni che si trovano in zone non colpite dalla guerra, riprendendo le loro attività di evangelizzazione e di sostegno materiale alla popolazione anche se le scuole, gli ospedali e gli internati che avevano realizzato non sono stati restituiti e molte di queste infrastrutture sono divenute ormai inutilizzabili.
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In attesa del volo per Quelimane, che viene effettuato due volte la settimana, trascorro alcuni giorni a Maputo dove noto un considerevole aumento di abitazioni in aree che lo scorso anno erano libere. La guerra sta causando la fuga di migliaia di persone dalle località dell’interno, mentre da un giorno all’altro nascono nuove case in spazi ancora vuoti. In realtà chiamarle case è un eufemismo: si tratta di capanne per lo più costruite in bambù e con il tetto di lamiera, dove vivono interi nuclei familiari in condizioni di estrema precarietà.
La guerra continua ed il Mozambico dipende quasi totalmente dall’aiuto esterno. L’esportazione, che un tempo era considerevole, ora è limitata ai gamberi, alle arachidi e allo zucchero la cui produzione annua è scesa in poco tempo da 420.000 a 24.000 tonnellate. Sorprende la costruzione della nuova ambasciata sudafricana, chiamata con discrezione “missione commerciale”, quando proprio il Sudafrica ha alimentato la guerriglia della Renamo. In realtà il Sudafrica, come ha scritto recentemente un quotidiano italiano, ha le chiavi della sopravvivenza del Mozambico. Samora Machel, scomparso tre anni fa in un enigmatico incidente aereo, lo aveva capito ed aveva firmato un accordo con il presidente sudafricano Botha con il quale il Sudafrica si impegnava a sospendere gli aiuti alla guerriglia della Renamo in cambio dell’espulsione dei membri dell’ANC (il partito antiaparthaeid sudafricano) ospitati a Maputo. Il patto però è stato a senso unico: il Sudafrica continua a sostenere la guerriglia ed i negozi di Maputo espongono ora prodotti sudafricani.
Il governo ha elaborato un programma di ristrutturazione economica che imporrà altri sacrifici ma che sembra voler incentivare l’economia privata.
Tuttavia continua l’emergenza alimentare ed il PAM (Programma Mondiale dell’Alimentazione) distribuisce viveri nelle località che riesce a raggiungere mentre il Frelimo (il partito al governo) ha offerto ai guerriglieri della Renamo la possibilità di consegnarsi promettendo l’impunità, ma pochi hanno sinora accettato, non fidandosi molto di quanto viene promesso.
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Intanto le persone continuano a fuggire ed a riempire le città, affollate da gente che dalla periferia si sposta in centro per cercare un lavoro o per vendere ogni tipo di prodotto. Nella casa in cui sono ospitato, quasi ogni giorno si presentano persone che chiedono un lavoro o un aiuto economico oppure cercano di vendere zanne d’elefante o pelli di leopardo. Un’altra conseguenza della guerra in corso è anche la sparizione della fauna africana: i parchi nazionali, che nell’epoca coloniale erano visitati da turisti provenienti da tutta Europa, oggi sono divenuti terreno di caccia dei guerriglieri che uccidono gli animali per poter sfamarsi. È irreale il contrasto tra la piacevole architettura della città, i lunghi viali alberati, i colori vivi e luminosi con la situazione di guerra, d’insicurezza e di povertà che si vive. La paura, la fuga, la perdita dei familiari, l’incertezza segnano la vita quotidiana di tante persone. La gente qui attende un miracolo. Si afferma che siano avvenuti i primi contatti informali tra le due parti in lotta. Il Mozambico ha oggi bisogno di solidarietà e di sostegno per rafforzare la speranza e fare in modo che il miracolo atteso si realizzi.
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Quelimane: la prima volta - Agosto
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L’aeroporto di Quelimane ha un’architettura piacevole ed uno stile armonioso e geometrico, comune a molti edifici che ho visto a Maputo. Ad attendermi è P.Giuseppe Simonini, vicario della Diocesi, originario di Trento e, come mi dirà più tardi, “con 25 anni di Mozambico sulle spalle ”.
Ci dirigiamo subito alla missione di Coalane, situata a pochi chilometri dalla città, dove mi tratterrò durante la mia permanenza. É un edificio costruito negli anni Quaranta, che ha ospitato dapprima i Gesuiti e poi i Cappuccini. Di fronte, nell’altro lato della strada, vi è la chiesa che risale a qualche anno più tardi.
Nel pomeriggio visito la città accompagnato da Padre Simonini. Quelimane è una città intersecata da vie ad angolo retto che alterna antiche costruzioni coloniali a moderni edifici terminati poco prima dell’indipendenza. È semplice ed ordinata, assai diversa da Maputo, ed è stata costruita sulla riva di un fiume abbastanza grande da consentire la navigazione, il Bons Sinais, il cui nome è stato attribuito alla fine del 1500, quando i primi portoghesi, qui approdati, trovarono la zona di buon auspicio, appunto “ bons sinais”. Vi è un porto fluviale dove possono attraccare navi abbastanza grandi ed una ferrovia che prima della guerra civile giungeva a Mocuba, un importante centro commerciale, ma ora è limitata a Nicoadala, località situata a pochi chilometri di distanza. Il treno non ha orario, viaggia quando e come può ed è l’unico mezzo in grado di trasportare persone e merci. Nella Marginal, la via che corre parallela al fiume e da dove si vede l’isola di Inhassunge, vi è l’antica cattedrale edificata nel 1602 dai portoghesi che conserva intatta la tipica architettura dell’epoca. É stata la prima chiesa della città e, attualmente abbandonata, è divenuta purtroppo rifugio di sbandati.
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All’ora di cena incontro i missionari, quasi tutti originari della provincia di Trento. Li vedo gioiosi e sereni, impegnati in molte attività che li occupano tutto il giorno: P. Francesco, P. Ludovico, P. Leone, P. Fortunato, P. Zaccaria, P. Bruno, F. Antonio…
Ho modo di apprezzare l’importanza ed il significato del lavoro che svolgono in condizioni difficili: distribuzione di cibo, vestiti e medicinali, assistenza ai carcerati, visita alle comunità, realizzazione di cooperative. Vivendo con le persone, ascoltando le loro necessità e intervenendo nei settori in cui il governo è assente, abbinano l’attività pastorale all’attività sociale. Non si aspettano gratitudine e non pensano di convertire nessuno. Spesso soli, in zone remote e prive di tutto, aiutano la gente come possono.
Ho visitato alcune delle loro realizzazioni: una cooperativa di falegnameria e una di ceramica, le saline, una cooperativa di pescatori.
Oltre ai missionari Cappuccini qui sono presenti anche i missionari Dehoniani e le suore Agostiniane. Molte anche le congregazioni di altre nazioni, in particolare portoghesi, e ogni congregazione sviluppa proprie opere sociali che consentono a tante persone di apprendere una professione o di poter disporre di un’attività e di un guadagno per le proprie famiglie. I missionari hanno pagato con il sangue la loro vocazione. Pochi mesi fa, tre missionari cappuccini, P. Francesco Bartolotti, P. Camillo Campanella e F. Oreste Saltori, sono stati uccisi dai guerriglieri della Renamo nella vicina isola di Inhassunge, In questi anni di guerra, sono stati molti i missionari uccisi per avere scelto di vivere accanto alla loro comunità.
Nei giorni seguenti ho occasione di accompagnarne alcuni nelle loro visite, constatando le difficoltà che si incontrano nel percorrere strade sterrate dove è facile rimanere impantanati nel fango ed è sorprendente vedere come le comunità accolgano il missionario, sempre pronto ad ascoltare coloro che lo avvicinano.
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Il Villaggio della pace - Settembre
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Camminiamo lentamente tra una capanna e l’altra cercando di evitare le pozzanghere d’acqua che si sono formate in pochi minuti di pioggia intensa, preludio all’estate australe, e che ha rinfrescato l’aria allontanando seppur per poco tempo, l’intenso calore del mattino. Padre Simonini ha lasciato la sua piccola vettura al bordo della strada principale ed ora mi sta accompagnando a visitare un’orfanotrofio situato nel quartiere di Mapizua, uno dei tanti in cui é divisa la cittá di Quelimane, un fitto agglomerato di case di fango e paglia abitate pevalentemente da sfollati giunti dalle localitá dell’interno. Dopo alcune centinaia di metri e seguiti da un gruppo incuriosito di bambini, giungiamo davanti ad una costruzione lunga e bassa, realizzata nello stesso materiale delle altre che la circondano, ossia paglia e fango, dove Suor Albertina (ma é conosciuta da tutti come Suor Berta), circondata da alcuni bambini, ci sta aspettando. Ha una figura esile e mi stringe la mano con un sorriso velato di malinconia. Appartiene all’ordine portoghese delle Missionarie Francescane Ospedaliere ed é in Mozambico dal 1968. L’interno dell’orfanotrofio é scuro ma fresco; in questa casa i piccoli ospiti, una trentina in tutto, vivono e studiano, occupandosi a turno della pulizia. All’interno vi è una sala con alcuni tavoli e quattro stanze arredate con letti a castello. La cucina è all’aperto, sotto una tettoia. Una signora sta intrattenendo alcuni di loro, mentre altri stanno giocando. "È una delle nostre educatrici” mi spiega Suor Berta “ne abbiamo tre. Provvedono a cucinare ed a seguire i bambini. Abitano tutte qui nel quartiere e sono volontarie”. Una sala é riservata allo studio e, tra i disegni sul muro, noto un’immagine religiosa. “É il ritratto di Madre Clara, la nostra fondatrice – mi spiega Suor Berta – e questa casa, anche se molto umile, é dedicata a lei”.
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Madre Maria Clara, al secolo Libania do Carmo Galvo de Moura, nasce nei pressi di Lisbona il 15 giugno 1843 da una nobile famiglia portoghese. Trascorre un’adolescenza tranquilla ed agiata sino alla morte della madre nel 1856 a cui segue, un anno piú tardi, quella del padre. Viene accolta nell’orfanotrofio dell’Istituto delle Figlie della Caritá di S. Vincenzo de Paoli che l’aiuteranno a superare il dolore e dove continuerá gli studi sino a quando, per motivi politici, l’istituto religioso é costretto a lasciare il Portogallo. Accolta da una ricca famiglia amica, per alcuni anni Libania é testimone degli sfarzi di una vita mondana che tuttavia sente estranea al suo carattere. A venticinque anni, nonostante i tentativi di dissuaderla, decide di cambiare totalmente vita ed entra nell’ordine terziario francescano compiendo il noviziato in Francia e assumendo il nome di Suor Maria Clara del Bambino Gesú. Al ritorno in Portogallo, nel 1871, entra nella comunitá di S. Patrizio, fondata dal sacerdote Raimundo Beirao, e ne diviene la prima superiora. Nello stesso anno fonda la Congregazione delle Suore Francescane Ospedaliere dell’Immacolata Concezione e nel 1875 chiede il riconoscimento ufficiale alla Santa Sede, concesso l’anno seguente.
Dopo alcuni anni trascorsi in Portogallo al servizio dei poveri, degli anziani e dei malati, nel 1883 si reca in Angola, in India, in Guinea e a Capo Verde dopo apre delle missioni. Termina l’esistenza terrena il 1 dicembre del 1889 per l’aggravarsi di una malattia che la perseguitava da tempo. Oggi riposa nella cripta della Casa Madre nei pressi di Lisbona accanto al sacerdote Raimundo Beirao che l’aveva stimolata a diventare missionaria.
La Congregazione delle Missionarie Ospedaliere dell’Immacolata Concezione é presente in Angola, Guinea, S.Tomé, India, Filippine, Brasile, Messico e Mozambico. Al 31 dicembre 2004 l’Istituto contava 1.525 religiose e 171 case sparse per il mondo.
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Suor Berta mi spiega che l’iniziativa, semplice nelle sue linee fondamentali, nasce dalla volontá di due religiose: lei stessa e Suor Victoria, una Missionaria Dominicana, in questo momento assente. “Sono arrivata in Mozambico prima dell’indipendenza ed ho vissuto i dolorosi anni delle nazionalizzazioni, quando il nuovo governo aveva tolto tutto e a noi religiosi era difficile anche visitare le comunità. Poi è arrivata la guerra e tutto è diventato ancora più difficile. Qui in città hanno iniziato ad affluire i primi profughi ed il numero di bambini orfani è aumentato. È stato per questo che abbiamo realizzato questa costruzione. Non è molto, ma è un punto di partenza”. In effetti migliaia di persone continuano a fuggire dai villaggi per cercare aiuto ed in questo contesto í più vulnerabili sono i bambini il cui numero sta continuando a crescere. Molti non hanno nessuno, non conoscono il loro nome o la localitá in cui sono nati. Altri hanno visto i loro genitori morire o hanno assistito ad episodi di violenza; altri ancora sono stati rapiti e costretti ad uccidere. Qui a Quelimane ve ne sono molti, basta percorrere le strade per incontrarli. Dormono dove capita, rubano per poter mangiare, hanno bisogno di cure. Domando a suor Berta quando ha iniziato ad accogliere i primi piccoli ospiti. “Da circa un anno. Inizialmente dormivano nel cortile della nostra casa, passavano la giornata in giro e tornavano la sera quando distribuivamo il pasto. Poi il loro numero è aumentato, lo spazio non bastava piú e le necessitá aumentavano:avevano bisogno di cibo, medicine, vestiti e quaderni ma avevano anche bisogno di qualcuno che fosse vicino a loro per aiutarli a superare i traumi e le sofferenze subite. Grazie ad alcuni benefattori siamo riusciti a realizzare questa costruzione. Ma siamo appena agli inizi ed abbiamo bisogno di tutto”.
Suor Berta non ha difficoltà a chiedermi un aiuto per il centro di accoglimento che ha già un nome: Aldeia da Paz, il Villaggio della Pace. Ho guardato la sua figura minuta circondata dai bambini sorridenti e le ho assicurato l’impegno del Centro Cooperazione Sviluppo per un gesto di solidarietà. Un gesto che riesca a fare continuare a sorridere a lungo questi bambini.
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