1989 - Villaggio della pace - Veziano Armandi
 

1989

Il Villaggio della pace - Settembre

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Cammino nel dedalo di stradine del quartiere di Mapizua, un fitto agglomerato di abitazioni di lamiera,  paglia e fango alla periferia di Quelimane abitate da migliaia di sfollati, seguendo padre Simonini e cercando di evitare le pozzanghere formate dalla pioggia della notte che ha rinfrescato l’aria e attenuato il calore del mattino.
Non impieghiamo molto tempo a giungere davanti ad una costruzione lunga e bassa dove suor Albertina – ma tutti la conoscono come suor Berta – ci sta attendendo. Ha una figura esile, indossa l’abito grigio delle missionarie Dominicane e mi da il benvenuto al Villaggio della Pace, il centro di sostegno per gli orfani nato dalla volontà di due religiose: lei e suor Victoria, una missionaria dominicana spagnola in questo momento assente.

L’interno è composto da una vasta sala e diverse stanze arredate con letti a castello mentre dietro all’edificio vi è la cucina e il pozzo. Qui vivono una trentina di bambini che dividono il tempo tra lo studio e le attività ricreative. Una signora sta intrattenendo alcuni di loro, mentre altri stanno giocando. « È una delle nostre educatrici » spiega suor Berta. « Ne abbiamo tre che provvedono a cucinare e a seguire i bambini. » Nella sala riservata allo studio osservo l’immagine di Madre Clara, al secolo Libania Carmo de Moura, la fondatrice dell’ordine delle Dominicane, nata in Portogallo nel 1875.
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Suor Berta mi racconta qualcosa di sé stessa. «Sono venuta qui in Mozambico prima dell’indipendenza e ho vissuto i dolorosi anni delle nazionalizzazioni, quando il nuovo governo aveva tolto tutto quello che avevamo realizzato: missioni, orfanotrofi, centri medici e scuole.
Dicevano che era una conquista del popolo, ma è stato proprio il popolo a rimanere danneggiato, quel popolo che viveva nelle zone rurali dove le missioni erano, e continuano ad essere, centri di sviluppo per tante persone. Poi è arrivata la guerra e tutto è diventato ancora più difficile.
Qui in città hanno iniziato ad affluire i primi profughi e il numero di orfani è aumentato. È stato per questo che abbiamo realizzato il Villaggio della Pace, grazie ad alcuni benefattori. Ma siamo appena agli inizi e abbiamo bisogno di tutto
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Migliaia di persone continuano a rifugiarsi in città, e in questa situazione i più vulnerabili sono i bambini. Molti non hanno nessuno, non ricordano neppure il loro nome né la località in cui sono nati. Altri hanno visto i loro genitori morire o hanno assistito ad episodi di violenza.

Suor Berta me ne indica alcuni tra quelli che vivevano per la strada: conosco così Selino, i cui genitori sono rimasti uccisi in un’incursione mentre lui è riuscito a fuggire; Joaninho, abbandonato dalla madre all’età di cinque anni senza aver mai conosciuto il padre; Mateus, rimasto orfano e portato qui in uno stato grave di denutrizione; Pedro, che dopo la morte dei genitori è stato accudito dai nonni sino a quando, divenuti ormai troppo anziani, l’hanno affidato a suor Berta. E ancora Luis, Hilario, Jacinto… storie di lutti, di malattie, di abbandoni.
Tutti ricevono alimenti, sono curati e vanno a scuola: diritti che ogni bambino dovrebbe avere, ma che qui in Mozambico sono quasi un’eccezione.
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Domando a suor Berta quando ha iniziato ad accogliere i primi piccoli ospiti. « Da circa un anno. Inizialmente dormivano nel cortile della nostra casa, passavano la giornata in giro e tornavano la sera quando distribuivamo il pasto. Poi il loro numero è cresciuto e le necessità sono aumentate: avevano bisogno di cibo, medicine, vestiti e quaderni, ma avevano anche bisogno di qualcuno che gli stesse vicino per aiutarli a superare i traumi e le sofferenze patite. »

Osservavo la sua figura minuta circondata dai bambini sorridenti, e mentre pensavo che non sempre la sofferenza si trasforma in dolore quando esistono realtà come queste, ho capito che il Villaggio della Pace poteva essere un punto di partenza per l’associazione che ho creato. Negli scorsi mesi avevamo organizzato una raccolta di fondi da destinare ad un’iniziativa da identificare in Mozambico. Non ho esitato: ho consegnato a suor Berta il ricavato e ho garantito il mio impegno per continuare a far sorridere i bambini del Villaggio della Pace.