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1989
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Man mano che l’aereo scende, l’azzurro del mare lascia il posto al verde delle palme che, dalla striscia infinita di sabbia bianca in riva dell’oceano, si perdono all’orizzonte, separate dal nastro argenteo del Bons Sinais, il corso d’acqua che nasce nelle montagne più a nord, ormai non più ricoperte come un tempo dal manto verde delle coltivazioni di tè e dai fiori bianchi delle piante di cotone.
Mentre la terra si avvicina si distinguono sempre più chiaramente le abitazioni e le persone, e infine ecco apparire la città di Quelimane e la corta pista dell’aeroporto che non permette al pilota il minimo errore. Ma la manovra è perfetta e il Boeing 737 delle Linee Aeree Mozambicane si ferma vibrando davanti all’aerostazione, una struttura dall’architettura piacevole che unisce i triangoli rossi dei tetti e le pareti bianche a sbalzo, con le grandi superfici vetrate.
All’uscita trovo ad attendermi padre Giuseppe Simonini, un missionario cappuccino originario di Trento, vicario della Diocesi e, come mi dirà più tardi, “con venticinque anni di Mozambico sulle spalle”, che mi accompagna alla missione di Coalane, distante alcuni chilometri dalla città, dove sarò ospitato durante la mia permanenza.
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La città di Quelimane, una delle più antiche città del Mozambico e capoluogo della provincia della Zambesia, è stata edificata in un’ampia ansa del Bons Sinais, il fiume il cui nome sembra sia stato attribuito da Vasco da Gama quando, approdato qui nel 1498, avrebbe trovato dei navigatori arabi che conoscevano la rotta per l’India: appunto dei buoni segni. Quelimane è stata anche il punto d'arrivo della famosa traversata dell'Africa da ovest ad est di David Livingstone nel 1856.
Vi è un porto fluviale, dove attraccano navi di discreto tonnellaggio e una ferrovia che giunge a Mocuba, un tempo importante centro di coltivazione del cotone. Nella Marginal, la via che corre parallela al fiume, sorge l’antica cattedrale costruita nel 1602 e abbandonata alla fine degli anni Cinquanta, quando è stata terminata quella nuova.
Superato il centro, la piccola vettura di padre Simonini inizia a sobbalzare sulla strada sconnessa ai cui lati si estendono, a perdita d’occhio, piantagioni di palme da cocco da cui si ricavano olio vegetale e sapone, mentre la fibra viene utilizzata per fabbricare sandali e tappeti.
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La missione di Coalane è una costruzione non molto grande e a raccontarmene la storia è padre Lodovico, anche lui trentino, che ascolto seduto dopo cena nell’ampia veranda assieme agli altri missionari: Francesco, Leone, Zaccaria, Bruno, Antonio… « Questa missione è stata una delle prime realizzate in questa provincia. Costruita nel 1890 dai Gesuiti, ha funzionato sino al 1910. Qualche tempo dopo sono subentrati i Verbiti, ma erano tedeschi e sono stati costretti ad andarsene nel 1917. La missione è rimasta abbandonata per trent’anni, sino a quando sono giunti i nostri primi confratelli dalla Puglia. Ma dopo tanti anni di abbandono, nel territorio della missione non vi erano quasi più cristiani e l’edificio era ormai cadente. Si sono rimboccati le maniche e hanno lavorato sodo per rimetterla in ordine.»
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La presenza dei cappuccini in Mozambico inizia nel 1947 quando il vescovo di Beira, Sebastião de Resende, scrive al padre Generale dell’Ordine dei Cappuccini una lettera nella quale manifesta l’intenzione di “affidare ad una nuova Provincia tutto il vasto e magnifico territorio che si estende sulla riva dello Zambesi, dalla frontiera del Niassa sino alle foci, abitato da gente pacifica e molto ben disposta a lasciare il paganesimo per la religione di Cristo” *.
Il padre Generale rivolge la richiesta alla Provincia dei Cappuccini di Puglia e la risposta è affermativa: “Nessuna difficoltà a prendere la missione del Mozambico”. Qualche mese più tardi il primo gruppo di cappuccini, sei padri e tre fratelli che aumenteranno nel corso degli anni, giunge in Zambesia.
Inizia l’avventura missionaria in una colonia portoghese, con un programma che prevede la realizzazione di scuole, ambulatori e chiese: un lavoro grandioso, realizzato con entusiasmo e intelligenza da uomini che, provenienti da un ambiente monastico provinciale, si trovano in un mondo sconosciuto, con pochi sostegni economici, adattandosi a vivere in capanne, consapevoli di ammalarsi di malaria e di rischiare le malattie tropicali.
Oggi i missionari Cappuccini sono presenti in molti distretti della Zambesia e l’area affidata a loro è grande quanto la Val d’Aosta, il Piemonte e la Lombardia: oltre cinquantamila kmq. « La nostra è stata una delle poche missioni che non sono state nazionalizzate e da qui, negli anni in cui ci veniva impedito di recarci nelle nostre comunità, riuscivamo a tenere i contatti con i fedeli, nonostante i rischi che correvamo » spiega padre Lodovico.
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L’attacco alla religione iniziò poco dopo l’indipendenza. Nei comizi, il Frelimo affermava che la religione era stata imposta dai colonizzatori, era estranea alla cultura africana, era sinonimo di divisione tra le persone ed era nemica del progresso.
Tuttavia, non era opportuno allontanare da un giorno all’altro i missionari, appartenenti a paesi da cui ci si poteva aspettare degli aiuti. L’ostacolo doveva essere rimosso con altri sistemi. Si scelse di rendere la loro vita difficile per costringerli ad andarsene da soli. S’iniziò costituendo un Dipartimento per il culto, il cui vero scopo era controllare le attività dei religiosi.
Si proibì ai giovani la vocazione sacerdotale e ai missionari la visita alle comunità senza autorizzazione; le attività religiose si potevano svolgere solo nelle chiese, considerate beni dello Stato, così come edifici, ospedali e scuole delle missioni, mentre gli aiuti che la Chiesa riceveva dovevano essere utilizzati secondo le direttive del governo.
I religiosi erano insultati, derisi, accusati di sfruttamento verso il popolo e di alleanza con i colonialisti perché preoccupati solo di costruire nuove chiese.
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In realtà, al momento dell’indipendenza, la Chiesa cattolica aveva realizzato in Mozambico 4.237 tra scuole primarie e secondarie, 41 centri di formazione professionale, 15 ospedali, 62 maternità, oltre 200 centri sanitari, 4 lebbrosari, 14 ospizi, 17 asili, senza contare la costruzione di pozzi, strade, sistemi di irrigazione, cooperative agricole e centinaia di attività sociali a favore dei giovani e delle donne.*
« Hanno confiscato edifici, veicoli, proprietà, terreni, conti bancari: da un giorno all’altro tutto quanto avevamo realizzato in decenni di lavoro, fatica e sacrifici, è passato in altre mani. » continua padre Lodovico. « Per muoverci dovevamo presentare una richiesta al Dipartimento per il culto, specificando i motivi dello spostamento. Molti di noi sono stati accusati di tradimento e incarcerati, altri espulsi, altri ancora non hanno retto le oppressioni di quel periodo e hanno preferito abbandonare il Mozambico.»
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Ma anche il periodo precedente l’indipendenza fu caratterizzato da relazioni difficili tra il Governo coloniale portoghese e la Chiesa missionaria che accusava quella mozambicana di silenzio di fronte alla violazione dei diritti umani e di complicità con il potere politico coloniale.
Nel 1971 i Padri Bianchi preferirono ritirarsi dal Mozambico, mentre nel 1974 il vescovo Manuel Pinto e i missionari Comboniani pubblicarono un documento dal titolo Un imperativo di coscienza, in cui si affermava l’impossibilità di annunciare il Vangelo.
La reazione del Governo coloniale fu immediata: vescovo e missionari furono espulsi. I missionari Cappuccini, come altre congregazioni, decisero di rimanere per “affermare la concordanza con tutti coloro che in questi anni vivono la problematica del rinnovamento ecclesiale e manifestare la volontà di continuare il lavoro in Mozambico per servire il popolo, far crescere la coscienza dei suoi diritti e stimolare la Chiesa ad essere fermento di libertà”.*
La lotta della Chiesa missionaria terminò con il colpo di Stato in Portogallo nel 1974, quando per tutti iniziò il tempo della speranza, che ebbe però breve durata e si concluse con le scelte politiche del nuovo governo e, poco più tardi, con la guerra civile.
* Storia dei Cappuccini in Mozambico. 1992
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