1988 - Veziano Armandi
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1988

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Ritorno in Mozambico - Luglio

 

Sono nuovamente in Mozambico dopo oltre un anno di assenza. Un anno in cui, oltre a svolgere il mio lavoro, ho continuato a dedicarmi, in Italia, alle attività di volontariato. Ma più i mesi trascorrevano e più sentivo l’esigenza di ripartire. Rivedevo momenti, episodi e persone: il periodo trascorso con i bambini di Boane, i mercati caotici e vivaci, i colori vivi, l’andirivieni incessante delle persone, la diversa percezione del tempo…
Così ho deciso di immergermi nuovamente nella realtà che avevo lasciato l’anno prima e che ora, come la volta precedente, stavo contemplando dal finestrino dell’aereo che stava atterrando.
Fuori dall’aeroporto mi ha accolto l’abbraccio di mio fratello e, mentre percorrevo luoghi orami familiari, assaporavo la luminosità del mattino, l’andirivieni delle persone, i colori vistosi degli abiti femminili. Ero contento di essere tornato, di vedere volti scuri, di essere dall’altra parte del mondo, quella più povera e più sfortunata. 
Avevo la sensazione di essere giunto a casa e questa sensazione si è ripetuta, più forte, il giorno seguente, quando mi sono recato al centro Arcoiris dove Luis, Horacio e Joana mi stavano aspettando assieme ai bambini: la loro presenza, il sorriso e la gioia dei bambini sono stati il miglior benvenuto.
Ho visitato la falegnameria che avevo contribuito a realizzare lo scorso anno constatando con piacere che ora era terminata e all’interno diversi giovani, ognuno nel proprio banco da lavoro con accanto degli utensili, stavano seguendo le spiegazioni di un insegnante.  Nella falegnameria non vi sono macchine elettriche perché difficilmente coloro che stanno imparando avranno occasione di adoperarle. L’obiettivo è infatti la formazione di artigiani in grado di utilizzare strumenti semplici anche in località prive di energia elettrica come la maggior parte dei villaggi in Mozambico. Joana mi ha detto che il numero dei minori è aumentato di circa una decina, ma non possono ospitarne di più per la mancanza di spazio. Tramite il PAM (il Programma Mondiale per l’Alimentazione), il centro riceve regolarmente riso, fagioli, olio, zucchero, latte e grazie a questo aiuto è possibile seguire anche un gruppo di bambini che vive nella vicina città di Matola ed a cui, quasi tutte le sere, viene distribuito un pasto. Sono vittime della fame, della povertà, dell’egoismo e della guerra che ha causato la disgregazione delle strutture sociali e familiari togliendo molti bambini dal loro ambiente e costringendoli alla strada. Vivono spesso di elemosine e molti soffrono di malattie dovute alla cattiva alimentazione. A volte si dedicano a piccoli furti o commettono atti criminosi, incoraggiati dalla forza di gruppo. Sono bambini che rischiano di non avere un futuro.

 

Quella sera ero con loro. Il menù comprendeva riso e fagioli che, con grandi pentole, abbiamo trasportato nel luogo dove ci attendevano, vicino alla chiesa parrocchiale.  Si sono messi in fila in silenzio e ad ognuno è stato distribuito un piatto di plastica con un bicchiere sotto gli occhi un pò invidiosi dei passanti che a volte chiedevano anche loro di avere del cibo. Joana mi ha detto che il giorno seguente il menù sarebbe stato diverso, una polenta di miglio con pesce secco e forse anche del pane. Alla fine del pasto, dopo aver consegnato il piatto e il bicchiere, si sono allontanati per strade diverse. Ho chiesto ad uno di loro dove avrebbe dormito. “Em qualquer lugar” mi ha risposto. Dove capita. Può forse scegliere chi ha fatto della strada la casa e dei cumuli di rifiuti la mensa? Joana legge il mio turbamento e mi si avvicina. “I bambini di strada – mi dice – sono diventati il simbolo della nostra povertà e tutti noi, mozambicani e stranieri, li incontriamo sporchi, laceri, senza scarpe e con le mani tese a chiedere qualcosa. Giorno per giorno stanno aumentando e sono diventati un gran peso per le nostre coscienze”. 


Bela Vista
- Settembre

 

Alcuni giorni fa sono stato invitato, grazie all’interessamento di un medico italiano che lavora all’ospedale centrale di Maputo in un progetto di cooperazione sanitaria, ad unirmi ad alcune persone che avrebbero trasportato attrezzature e medicinali al centro sanitario di Bela Vista, nel distretto di Matutuine, che da diverso tempo ne era rimasto privo. Ho accettato volentieri, ritenendola un’esperienza utile per visitare una realtà diversa da quella della capitale, l’unica che sino ad ora conoscevo. 

È ancora buio quando raggiungiamo il molo in attesa di salire sul traghetto che ci porterà a Catembe, dall’altro lato della baia di Maputo dove inizia il nostro viaggio. Siamo quattro in tutto: oltre a me, vi sono due funzionari del Ministero della sanità e l’autista del fuoristrada il cui vano di carico è stato riempito di casse di medicinali.
Nonostante l’ora, vi sono molte persone in attesa: la maggior parte sono donne che vanno ad acquistare del pesce. Sedute per terra, sono avvolte nelle capulane che il vento del primo mattino fa svolazzare. Accanto a loro sono posate grandi borse di plastica in cui metteranno il pesce acquistato che faranno seccare per poi rivenderlo in piccoli mercatini improvvisati. Le osservo. Alcune sono giovani eppure sembrano già vecchie; altre hanno un bambino sospeso alla schiena che sta dormendo e penso a tutti gli scuotimenti a cui sarà sottoposto durante la giornata. Finalmente qualcuno fa segno di procedere. Percorriamo lentamente la stretta rampa di accesso e saliamo sul piccolo traghetto. La nostra è l’unica vettura. Saliti anche i passeggeri, circa una trentina di persone in tutto, con i loro carichi di fasci di legna, sacchi di riso e galline, ci si muove. La traversata è breve, in tutto circa venti minuti, ma il battello è al limite dell’usura, con il personale che durante il tragitto deve continuamente regolare i motori con chiavi e pinze. Giungiamo dall’altra parte della baia ed il vento è più forte e più freddo.
I pescatori sono già in attesa con il pesce, pescato da poco, in cassette di legno. Le donne si fanno intorno ed iniziano le contrattazioni. È pesce piccolo, assomiglia alla sardina e fa parte dell’alimentazione dei mozambicani che vivono nelle zone costiere. L’autista mi informa che dobbiamo attendere la scorta che ci accompagnerà sino a Bela Vista da cui dobbiamo ritornare entro le 17 per motivi di sicurezza. Lo località è distante una settantina di chilometri che si percorrono in circa quattro ore a causa delle cattive condizioni della strada.
Mentre attendiamo mi guardo intorno: vi sono poche case in muratura tra cui la biglietteria del traghetto ed un negozio ancora chiuso ma che certamente possiede ben poco da vendere. Una costruzione di bambù da cui, nonostante l’ora, proviene della musica assordante e dove sono sedute diverse persone, è adibita a bar e vende solo una  bevanda alcolica locale prodotta dalla fermentazione della palma da cocco Più oltre si scorgono le vestigia di un distributore di benzina ed alcune bancarelle vuote. A destra, più lontano, si intravedono le grandi costruzioni dove un tempo vi erano le officine di riparazioni navali. Si scorgono anche delle gru e delle carcasse di navi abbandonate, alcune semiaffondate a poca distanza dalla riva. Le officine hanno funzionato per alcuni anni dopo l’indipendenza, poi le difficoltà economiche, la guerra e la mancanza di personale specializzato ha portato alla chiusura e all’abbandono del cantiere navale. Mentre medito sui disastri che la guerra, ma forse anche le scelte politiche, stanno causando a questo Paese, due soldati si avvicinano: sono la nostra scorta. Hanno tute mimetiche e corti fucili automatici. Mentre prendono posto sul Land Cruiser, penso che in caso di difficoltà potranno fare ben poco.
Iniziamo il viaggio e non posso fare a meno di ammirare lo spettacolo suggestivo della città di Maputo dall’altra parte della baia, i cui edifici sono ora illuminati dai primi raggi del sole.

 

Sin dall'inizio la strada si annuncia non facile, piena di buche e di avvallamenti. Ogni tanto incontriamo rottami di veicoli dati alle fiamme mentre gli unici mezzi che incrociamo sono quelli dell’esercito che pattugliano la strada. Sono quasi le dieci quando arriviamo a destinazione. La località possiede un’architettura geometrica: una larga via centrale e ai lati le costruzioni, la maggior parte con i segni della guerra.
Ci dirigiamo al centro sanitario: una piccola costruzione in muratura con una veranda dove sono in attesa circa una quarantina di persone che probabilmente sapevano del nostro arrivo. Internamente si compone di tre stanze: un piccolo ufficio, una sala per le visite ed un laboratorio. L’ufficio possiede una vecchia scrivania e due sedie di metallo piene di ruggine. Del laboratorio non è rimasto nulla: vi sono due lavabi, ma manca l’acqua, e qualche tavolo in metallo. La sala per le visite è divisa da una tenda che nasconde un lettino con una coperta sopra cui si stende l’infermo, una sedia ed una scrivania, entrambe di ferro, ed un armadio con qualche siringa. Nessun medicinale, a parte l’onnipresente paracetamol, il nome locale per indicare un composto simile all’aspirina.
Mi sorprende il personale: i due infermieri hanno il grembiule pulito e l’inserviente veste la classica divisa azzurro scuro. Non vi sono medici ma solo infermieri. In Mozambico i medici sono pochi e si trovano negli ospedali delle grandi città, mentre nelle località più piccole vi sono infermieri e “tecnici sanitari”, come sono chiamati gli infermieri specializzati. I centri sanitari hanno la funzione di curare i casi più semplici, mentre coloro che hanno necessità di ricevere un trattamento specialistico vengono inviati negli ospedali cittadini pur se la guerra impedisce gli spostamenti: il rischio, la mancanza di trasporti e di denaro costringe le persone a rivolgersi al curandeiro, il guaritore del villaggio, ma con ben pochi risultati. Le malattie che più colpiscono sono la malaria, le infezioni intestinali e le dissenterie mentre i bambini soffrono di malnutrizione e di carenze vitaminiche. I medicinali che abbiamo lasciato non sono molti ma potranno risolvere, almeno per un poco, una parte dei problemi sanitari.

 

È quasi l’una del pomeriggio quando ripartiamo. Durante il tragitto i militari mi chiedono delle sigarette ma non ne ho. Do loro un pò di denaro e mi ringraziano ma non accettano di farsi fotografare. 
Giunti al molo ci informano che il traghetto ha un guasto e stanno cercando di ripararlo. Arriviamo a Maputo a sera inoltrata.
Il traghetto ripartirà il mattino seguente ma la piccola sala d’aspetto è già occupata dalle venditrici di pesce che, strette nelle capulane per ripararsi dall’umidità della notte, tra poche ore saranno nuovamente dall’altra parte della baia come hanno fatto quella mattina e come continueranno a fare, giorno dopo giorno, in un’interminabile lotta per la sopravvivenza.


Nasce il Centro Cooperazione Sviluppo (CCS)
- Novembre

 

Alla fine di settembre, dopo essere tornato in Italia, vedevo tutto con occhi diversi. I due viaggi in Mozambico mi avevano fatto conoscere non solo culture diverse, ma realtà nuove e sino ad allora sconosciute: avevo visto la povertà assoluta, la miseria, il dolore ma avevo visto anche la dignità, la volontà e la speranza di un popolo con cui ho avvertito di avere stabilito un legame che sentivo ogni giorno più indissolubile. L’avevo già intuito quando, all’aeroporto, ho provato quasi fastidio nel vedere gruppi chiassosi di turisti diretti in qualche destinazione esotica: avrebbero scattato centinaia di fotografie da mostrare, al ritorno, ad amici e colleghi e si sarebbero dilungati nel descrivere la povertà incontrata,ma poi tutto sarebbe probabilmente stato dimenticato.
Nelle persone attorno a me vedevo la superficialità e riconoscevo  atteggiamenti che certamente avevo avuto anch’io, ma a cui ora non riuscivo più ad abituarmi. Vedevo la fretta, l’arrivismo e gli sprechi, mentre mi tornavano in mente le lattine d’aranciata vuote e posate sopra delle stuoie stese sul marciapiede, messe in vendita accanto a qualche pesce rinsecchito o ad una manciata di fagioli.
 

Pensavo soprattutto ai bambini, al futuro che per molti di loro era già scritto. Alla loro rassegnazione e alla loro solidarietà. Bambini che ridono per poco e a cui basta un niente per rebderli contenti. Bambini scalzi, con qualche straccio indosso, che si avvicinavano a me con curiosità o con timore; che volevano farsi abbracciare e sapevano essere bambini anche nelle condizioni in cui vivevano e che non si meritavano. Molti di loro non avevano genitori, altri li avevano persi e non sapevano dove trovarli.  
Pensavo alla loro capacità di entrare nel cuore con un sorriso, di accontentarsi di poco e di non cercare il superfluo. Bambini che correvano contenti al vedere una macchina fotografica, tanto che era quasi impossibile fotografarli da soli.
Rivedevo le baraccopoli della periferia dove si accalcavano migliaia di famiglie costrette a vivere in abitazioni di pochi metri quadrati, costruite con ogni tipo di materiale, senza servizi e senza acqua. Persone sorprendenti nella loro ospitalità che mi invitavano ad entrare nelle loro case, mi parlavano dei loro problemi e della loro vita quotidiana.

 

Ripensavo alla povertà, al dolore e alla sofferenza che aveva prodotto migliaia di bambini di strada, molti malati, altri mutilati. Ripensavo all’impegno prodigato dai tanti missionari e volontari che avevo conosciuto. Persone che avevano donato la propria vita agli altri e che non chiedevano nulla per sé stessi.
Ho conosciuto questo mondo che ha fatto nascere in me la necessità di  fare qualcosa di concreto, di dare un piccolo contributo in un mare di bisogno. Avevo delle idee e volevo concretizzarle.  Non riuscivo a rimanere indifferente di fronte a questa realtà. Dovevo fare qualcosa, dovevo agire.
L’episodio decisivo è accaduto lo scorso mese d’ottobre quando, dopo un incontro a Genova con alcuni esponenti politici mozambicani, tra cui il ministro Oscar Monteiro, è nata in me l’idea di creare un’associazione, uno strumento con cui avere la possibilita di dare una voce a chi stava chiedendo aiuto, ma non poteva essere udito.
A novembre, davanti ad un notaio, è stato fondato il Centro Cooperazione Sviluppo, con il sostegno di mio fratello Maurizio e di altri amici. Cercherò di fare in modo che questa nuova associazione promuova iniziative a favore dei bambini e delle comunità del Mozambico. Sono consapevole che questo è solo un primo passo e la strada da percorrere sarà lunga e forse anche difficile, ma non mi manca l’entusiasmo e, soprattutto, la volontà di contribuire a rendere meno gravosa l’esistenza di molte persone, soprattutto bambini.
Ho capito che “il mio prossimo” è in Africa.