1988 - Tete - Veziano Armandi
 

1988

Tete - Agosto

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Mi avevano avvertito del caldo che avrei incontrato a Tete, ma nonostante ciò mi sorprende l’ondata rovente che m’investe appena sceso dall’aereo. All’uscita dell’aeroporto mi attende padre Juan, un missionario spagnolo incontrato negli uffici della Caritas di Maputo che mi aveva invitato a visitare la sua missione, dove ci stiamo ora dirigendo.

I finestrini del Land Rover sono aperti, ma non si avverte nessun beneficio, anzi la temperatura dentro la vettura sembra più elevata di quella esterna. Il tragitto mi regala la visione di un’Africa diversa da quella sino ad ora conosciuta: un paesaggio arido con bassi cespugli e, ai lati della strada, gruppi di capanne raccolte attorno ad imponenti baobab.
La missione, situata poco prima dell’abitato di Moatize, una ventina di chilometri da Tete, è una piccola e bassa costruzione dipinta di bianco. Quando giungiamo, il pranzo è già in tavola: pesce di fiume con polenta. Speravo di dissetarmi con una bibita fresca, ma la missione non possiede energia elettrica e devo accontentarmi di acqua bollita, e per giunta calda.

Sono incuriosito dal fatto che padre Juan è laureato in teologia e filologia romanza, e mi azzardo a fargli alcune domande sulla sua scelta di vita. «Sono divenuto missionario dopo aver terminato gli studi. Ho preferito un inserimento semplice, ma autentico, in una comunità, piuttosto che rimanere chiuso in un convento. È importante essere presenti. Se le comunità religiose decidessero, semplicemente, di essere presenti e di camminare con le persone, potremmo vedere dei veri cambiamenti, anche più rapidi di quanto si pensi.»
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Tete è una città non molto grande situata sulla riva destra dello Zambesi, uno dei più grandi fiumi africani, e ha la caratteristica di trovarsi in una depressione del terreno con temperature che nella stagione estiva, ossia da settembre a maggio, possono superare anche i 40°. 
Il paesaggio intorno è arido e secco, con pochi alberi sparsi nel vasto pianoro assolato. L’abitato non possiede particolari caratteristiche: nella parte centrale s’interseca un reticolo di vie a pianta ortogonale, le sole asfaltate, con basse costruzioni, qualcuna di aspetto moderno.
Ai margini vi sono i quartieri di case in bambù e argilla, abitate dai profughi fuggiti dalla guerra. Anche qui la povertà è il denominatore comune e si materializza nei mendicanti che tendono la mano e nei bambini che mi seguono con insistenza chiedendo delle monete.

Nella pasticceria in cui cerco un po’ di refrigerio, vi è solo del tè con del pane e il proprietario, un europeo che ha scelto di rimanere dopo l’indipendenza, mi racconta qualcosa della sua vita.  «In Portogallo non ho parenti e non avrei saputo come ricominciare. Questo locale era mio, ma ora appartiene allo Stato che mi ha concesso il permesso di rimanere pagando l’affitto. Hanno nazionalizzato tutto.  Case, negozi, imprese, fattorie e ora non funziona più nulla
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Il Land Rover avanza lentamente sulla strada di terra battuta sollevando una nube di polvere che entra dai finestrini e si mescola al caldo opprimente dell’abitacolo. Impieghiamo quasi un’ora per giungere al villaggio in cui padre Juan deve visitare alcuni ammalati. Appena raggiungiamo le prime abitazioni, delle capanne tonde con il tetto conico, dei bambini si affiancano alla vettura salutandoci.
 
Nella penombra della capanna in cui entriamo, distinguo a fatica una donna stesa su un materasso, la testa appoggiata ad un cuscino. Il missionario si avvicina, le porge dei medicinali e le tocca una mano rivolgendole alcune parole. Il caldo e l’odore sono soffocanti tanto che non riesco a resistere un minuto di più ed esco all’aria aperta.

In un’altra capanna, sul pavimento di terra sono posati degli utensili da cucina, dei tegami e dei giacigli di paglia. In uno di questi un’altra donna è immobile e mi fissa con gli occhi febbricitanti per la malaria, pieni di una tristezza indescrivibile. «Il figlio è deceduto pochi giorni fa per aver mangiato delle radici avvelenate – mi spiega padre Juan quando usciamo - Le coltivazioni sono bruciate dalla siccità. La gente raccoglie foglie e radici di piante e le fa cuocere, ma non sa che alcune sono velenose
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I missionari come padre Juan sono un simbolo di speranza per i paesi della fame: spesso soli e privi di tutto, lottano contro la povertà senza aspettarsi gratitudine e senza cercare di convertire nessuno, misurandosi con le tradizioni locali e rivedendole alla luce del messaggio evangelico, giorno dopo giorno.

Durante il ritorno, gli chiedo se non si sente oppresso da responsabilità o sconfitto da cambiamenti che non avvengono o avvengono troppo lentamente. «Il compito più difficile è cercare di trasmettere il messaggio cristiano a persone che vivono in un ambiente povero e ostile  per aiutarle a superare le grandi difficoltà quotidiane. Certo, si possono fanno sbagli ed errori, perché nessuno sa se un’azione andrà a buon fine, ma s’impara proprio dall’esperienza