1988 - Ritorno in Mozambico - Veziano Armandi
 

1988

Ritorno in Mozambico - Luglio

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Dopo oltre un anno di assenza non ho saputo resistere al richiamo, sempre più insistente man mano che i mesi trascorrevano, del mondo che avevo conosciuto e che, come la volta precedente, stavo contemplando dal finestrino dell’aereo.
Fuori dall’aeroporto, mentre percorro luoghi ormai familiari, assaporo la luminosità del mattino, i vistosi colori degli abiti femminili, i mercati caotici e vivaci, l’andirivieni incessante delle persone, la diversa percezione del tempo. Sono contento di essere tornato, di vedere volti scuri, di essere dall’altra parte del mondo, quello più povero e più sfortunato e, come la volta scorsa, ho nuovamente la sensazione di essere ritornato a casa.
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Incontro Lina Magaia nella sua abitazione alla Costa do Sol, sul lungomare di Maputo. L’avevo conosciuta alcuni mesi fa a Genova, inviata dal proprio governo per stabilire le modalità di un progetto di formazione destinato ad un gruppo di lavoratori portuali mozambicani. Per l’occasione le avevo donato un libro che riproduceva delle vedute fotografiche della Liguria, e che ora vedo posato sullo scaffale del suo soggiorno.

Lina Magaia, oltre ad essere una scrittrice, è membro del Comitato Centrale del Frelimo, ha partecipato alla guerra di liberazione e si è occupata del processo di nazionalizzazione e delle prime campagne di alfabetizzazione negli anni successivi all’indipendenza.
A Genova avevo chiesto a Lina di poter incontrare qualcuno in grado di raccontare la brutalità della guerra civile in Mozambico e ora, seduto accanto a me con una gamba ingessata e le stampelle posate accanto, ecco Chico, un giovane di circa una quindicina d’anni, uno dei tanti colpiti dalla violenza del conflitto.
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Lina me ne racconta la storia. «Quando i banditi sono arrivati – Lina li chiama banditi, non guerriglieri – Chico era nascosto con la madre in una fenditura del terreno. Li hanno visti e hanno sparato colpendogli la gamba. Uno di loro si è avvicinato, ha visto che la madre era viva e l’ha uccisa ordinando a Chico di uscire dalla fenditura. Gli ha dato l’arma con cui aveva appena ucciso la madre e gli ha intimato di seguirlo. I banditi erano una quarantina e Chico, con la gamba che sanguinava, è stato costretto a camminare per diversi chilometri, sempre trasportando l’arma che aveva ucciso sua madre. Più tardi i banditi hanno raggiunto un altro villaggio, iniziando a saccheggiarlo e uccidendo tutti quelli che incontravano. Nella confusione Chico è riuscito a scappare

Lina gli fa qualche domanda, perché io possa udire direttamente da lui alcuni particolari. «I banditi parlavano un dialetto che non conosco, altri il dialetto di qui. Ho sentito quando hanno deciso di attaccare il villaggio. La maggior parte erano vestiti come i nostri soldati, ma chi li comandava aveva abiti civili. Erano tutti armati di fucili e altre armi che non avevo mai visto
Parla a bassa voce, guardando ogni tanto verso di me. Non deve essere facile rievocare quei momenti e la tragedia che l’ha colpito lo segnerà per tutta la vita.
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Il silenzio che segue il suo racconto è interrotto da Lina.
«A volte leggo nei giornali europei che in Mozambico è in corso una guerra civile. Ma le guerre civili si fanno tra gruppi armati. Qui è in corso un genocidio commesso contro una popolazione indifesa, contro dei contadin!. Decine di migliaia di persone fuggono dai loro villaggi e si rifugiano nelle città. Ma perché fuggire se giungono i “liberatori”? Non è questa la più chiara dimostrazione che coloro che si proclamano liberatori, sono invece temuti dalle popolazioni per la loro violenza? Questa non è una guerra civile, è un’aggressione al nostro Paese
La sua voce diventa dura e dopo qualche istante di silenzio riprende a parlare. «Questa gente colpisce due volte. Colpisce le vittime che uccide o lascia mutilate e colpisce quelli che rimangono segnati tutta la vita dagli episodi a cui hanno assistito; colpisce i bambini che hanno visto morire i genitori e non dimenticheranno mai quegli attimi. Ci sono bambini che tremano quando sentono una sirena, quando vedono una persona con la divisa, che scambiano una macchina fotografica con un’arma, che hanno perso la parola per lo spavento. Eppure queste persone che uccidono sono mozambicani, figli della stessa terra, con la stessa storia, la stessa cultura, le stesse tradizioni

Guardo Chico che fissa in silenzio un punto davanti a sé. Chissà, forse se il percorso politico di questo Paese fosse stato differente, tutte queste violenze non sarebbero avvenute.
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Terminata l’euforia dell’indipendenza, iniziano le difficoltà. Occorrono capitali per rifornire i magazzini, ma i capitali sono volati via con gli ex-coloni. Occorrono tecnici per far funzionare le fabbriche, ma questi hanno dovuto abbandonare il paese.
La situazione in breve tempo si deteriora: le fabbriche dapprima producono articoli di qualità sempre più scadente e poi chiudono, mentre nei negozi gli scaffali si svuotano. Le piantagioni di tè, caffè e canna da zucchero si riempiono d’erba. I mezzi di trasporto, senza pezzi di ricambio, si fermano mentre gli edifici, privi di manutenzione, si degradano e gli ospedali rimangono senza medicinali e medici.

Il governo si rende conto che l’entusiasmo iniziale sta dissolvendosi e corre ai ripari per evitare il rischio di trasformare l’opposizione politica in guerriglia, come in effetti accade. La popolazione rurale viene concentrata nelle fattorie collettive, le aldeias comunais. Viene abolita la libertà di stampa, di associazione e di movimento. Per uscire dal proprio villaggio o dalla propria città, occorre la guia de marcha, un’autorizzazione rilasciata dal segretario dal partito.
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Inizia un triste e oscuro periodo di repressione: nei bar, nei cinema, per le strade, le persone vengono fermate e chi è privo di documenti o non è in grado di dimostrare di avere un lavoro, viene deportato in zone remote con solo una zappa e un poco di sementi, oppure richiuso nei campi di rieducazione.

La scarsità di generi alimentari, l’inflazione, il mercato nero, la disoccupazione, l’abbandono delle terre e la guerriglia che sta espandendosi, costringono il governo a lanciare un appello alla comunità internazionale: poco tempo dopo l’indipendenza, il Mozambico è divenuto uno dei paesi più poveri del mondo.