La pioggia autunnale non cancellava il ricordo del Mozambico ma anzi lo accentuava, e nel trascorrere delle settimane e dei mesi, qualcosa stava cambiando. I ritmi identici e le tranquillizzanti certezze in cui avevo sempre vissuto, ora vacillavano al ricordo degli episodi e delle esperienze che mi ritornavano alla mente.
Rivedevo gli occhi dei bambini a cui era stata rubata l’infanzia e in cui leggevo un futuro che per molti di loro era già scritto; ripensavo al coraggio delle madri nell’allevare i figli in un mare di difficoltà e alla disperazione dei profughi che avevano perso tutto. Rivedevo le persone che avevo incontrato, sorprendenti nella loro ospitalità, che m’invitavano ad entrare nelle loro case, mi parlavano dei loro problemi e della loro vita quotidiana.
Avevo visto il mondo dall’altra parte, quella più sconosciuta e ignorata. Avevo avvertito la grandezza dei poveri, una grandezza straordinaria nel coraggio della speranza e nella sofferenza per colpe che non avevano commesso. Avevo conosciuto la dignità, la volontà di riscatto di un popolo con cui sentivo di avere stabilito un legame che diveniva ogni giorno più indissolubile.
Ripensavo all’impegno prodigato dai tanti missionari e volontari: persone che donavano la propria vita agli altri e che non chiedevano nulla per loro. Quello che avevo visto era il mio mondo e sentivo una forza che mi spingeva a tornare e agire, a dare il mio contributo alle speranze di quel popolo: avevo delle idee e volevo realizzarle.
In Italia ho visitato le organizzazioni di aiuto umanitario presenti in Mozambico ma senza esito. Il mio passato d’impiegato non interessava: occorrevano esperienze nel settore della cooperazione, che non possedevo. Così, in un pomeriggio di ottobre, dopo un ennesimo incontro senza risultati, ho deciso: se non era possibile collaborare con nessuna associazione, avrei collaborato con quella creata da me.
Un mese più tardi nello studio di un notaio genovese è stato costituito il Centro Cooperazione Sviluppo (CCS).