1988 - La lotta per la vita - Veziano Armandi
 

1988

La lotta per la vita - Luglio

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Il medico preme il petto della piccola paziente e avvicina l’orecchio al naso, per sentire se sta respirando. Ma la bambina, le gambe magre senza forza e il corpo coperto di piaghe, pochi minuti prima, dopo aver fissato il medico, aveva chiuso gli occhi per sempre.
La madre, con un altro bambino legato alla schiena e il marito disperso in un campo di rieducazione, non ha neppure la forza per lamentarsi. Ha carezzato la sua creatura morta per la fame ed è crollata su una sedia, mentre il medico ordinava a un’infermiera di portarle del cibo.
Così la piccola Dulce, ennesima vittima della guerra e della povertà, entra nelle statistiche dei decessi dell’ospedale Centrale di Maputo, dove muoiono in media una quindicina di bambini al giorno.

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«Tutti i giorni visito decine di bambini denutriti e tutti i giorni ne vedo morire. Ma è impossibile abituarsi. Tutte le volte è una sconfitta» mi confessa Silvio, un pediatra italiano impegnato in un progetto di cooperazione sanitaria. «Mancano i medicinali, manca persino la garza. Molti bambini hanno la malaria, altri la tubercolosi e, denutriti come sono, il loro fisico non resiste alla malattia. Alcuni sono tanto fragili da aver perduto anche l’istinto della sopravvivenza e le madri sono così deboli che la fatica di far nascere spesso le uccide». 

Silvio mi sta accompagnando in visita al reparto pediatria, affollato d’infanzia affamata. Alcuni bambini mi guardano meravigliati, altri stanno dormendo, altri ancora hanno al braccio l’ago della flebo. Quasi tutti hanno i segni della denutrizione: magri, con i capelli scoloriti e fragili, hanno perso la vivacità che tutti i bambini dovrebbero avere. Qui ricevono un’alimentazione equilibrata, ma per alcuni di loro lo stato di denutrizione è irreversibile e il decesso avviene in pochi giorni.

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La base dell’alimentazione delle loro madri è la mandioca, un tubero che cresce facilmente e non richiede cure particolari. Produce una polpa bianca che si può mangiare cruda oppure si può cuocere nell’acqua o friggere. In genere però, viene fatta seccare e pestata in un mortaio sino a ridurla a farina, da cui si ricava della polenta.

Può andare bene in una dieta variata, ma il suo consumo continuo causa la malnutrizione proteica che ha colpito quasi tutti i bambini che sono ricoverati qui.
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La maggior parte di loro sono figli di rifugiati, fuggiti dai distretti della provincia dove la guerriglia è più intensa.
Giungono sfiniti, dopo giorni o addirittura settimane di cammino, sapendo che in città sono al sicuro e possono trovare un minimo di sostegno. Oltre alla denutrizione, che colpisce prevalentemente i bambini, vi è l’epatite nelle sue varie forme, il colera, il tifo, la filaria, la bilharzosi. 
Anche i programmi di vaccinazione sono complessi da organizzare per la vastità del territorio e l’attuale situazione di guerra. I vaccini devono essere conservati a temperature basse e i centri sanitari a cui vengono consegnati devono possedere un frigorifero. Ma qui iniziano le prime difficoltà: il governo non è in grado di provvedere all’acquisto dei frigoriferi e devono intervenire le organizzazioni umanitarie. Una volta dotato di frigorifero, al centro sanitario occorre l’elettricità per farlo funzionare, ma spesso l’elettricità viene interrotta oppure non esiste. Occorre pertanto utilizzare il petrolio, di cui vi è scarsità, e garantirne il rifornimento e il trasporto.
A questo punto le difficoltà aumentano perché le strade sono chiuse al traffico e l’unica alternativa è l’aereo, ma spesso i voli vengono cancellati per mancanza di carburante. Inoltre, prima della vaccinazione, occorre un lavoro capillare per avvisare le madri di una certa area perché si riuniscano con i bambini al centro sanitario.
Spesso il solo mezzo di comunicazione che esiste è il passaparola: infermieri muniti di bicicletta o a piedi si recano nei villaggi, rischiando spesso la vita, per annunciare la data in cui sarà eseguita la vaccinazione.

 

Nella stanza accanto una triste notizia attende il medico: un’infermiere lo informa che è morta la madre di due fratellini ricoverati una settimana prima, lasciandoli orfani. Sono entrambi seduti sul letto, circondati dalle madri di altri bambini, inconsapevoli di ciò che è accaduto. Silvio si avvicina a loro fissandoli in silenzio per alcuni istanti e poi prosegue la visita: la lotta per la vita non può lasciare il tempo alle spiegazioni o alle emozioni.