1988 - Bela Vista - Veziano Armandi
 

1988

Bela Vista - Settembre

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È ancora buio quando raggiungiamo il molo in attesa di salire sul piccolo traghetto che ci porterà a Catembe, dall’altro lato della baia di Maputo. All’interno del fuoristrada, riparati dalle raffiche di vento, siamo in tre: oltre a me, vi è un funzionario del ministero della Sanità e l’autista.
Il vano di carico è stipato di casse di medicinali destinate al centro sanitario di Bela Vista, la sede amministrativa del distretto di Matutuine, dove siamo diretti. Grazie a Silvio, il pediatra italiano che mi aveva permesso di visitare l’ospedale centrale di Maputo, ho avuto l’opportunità di partecipare a questa breve missione.

Per diversi mesi la località di Bela Vista è rimasta isolata, sino a quando, poche settimane fa, l’esercito ha posto fine alle scorribande di alcuni gruppi di guerriglieri che rendevano pericoloso il tragitto. Ora la strada è nuovamente percorribile e gran parte delle località del distretto sono raggiungibili.

Nonostante l’ora, vi sono molte persone in attesa di salire sull’imbarcazione: la maggior parte sono donne che vanno ad acquistare del pesce che faranno seccare per poi rivenderlo.
Sedute all’aperto, sono avvolte nelle capulane, le variopinte vesti africane che il vento del primo mattino fa svolazzare. Alcune hanno un bambino legato alla schiena che sta dormendo e chissà quanti dondolii dovrà sopportare durante la giornata.
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Finalmente qualcuno fa segno di avanzare. Percorriamo la stretta rampa di accesso e saliamo sul traghetto. La traversata è breve, in tutto una ventina di minuti, ma il battello è al limite dell’usura e il personale durante il tragitto deve continuamente intervenire sui motori con chiavi e pinze.
Dall’altra parte della baia il vento è più forte e più freddo. Mentre attendiamo la scorta militare, mi guardo intorno: vi sono alcune basse costruzioni in muratura e un bar da cui, nonostante l’ora, proviene della musica assordante. Più oltre, si scorgono le vestigia di un distributore di benzina e alcune bancarelle vuote.

A destra, più lontano, s’intravedono le officine di riparazioni navali e dei relitti di navi abbandonate, alcune semiaffondate a poca distanza dalla riva. Le officine hanno funzionato per qualche anno dopo l’indipendenza, poi le difficoltà economiche e la mancanza di personale specializzato hanno portato alla chiusura.
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Mentre medito sui disastri che la guerra sta causando a questo Paese, due soldati si avvicinano: sono la nostra scorta. Hanno tute mimetiche e fucili automatici, ma penso che in caso di difficoltà potranno fare ben poco. La vettura si avvia e contemplo lo spettacolo suggestivo della città di Maputo, dall’altra parte della baia, con gli edifici illuminati dai primi raggi del sole nascente.

Sin dall'inizio la strada si annuncia piena di buche e gli unici mezzi che ogni tanto incontriamo sono quelli dell’esercito che pattuglia la strada. Qua e là rottami di veicoli dati alle fiamme testimoniano le violenze accadute, mentre minacciosi cartelli avvertono di non uscire dalla carreggiata per il rischio delle mine.
A circa metà percorso l’autista indica il punto in cui, nel maggio del 1984, è avvenuto un massacro e uno dei militari annuisce: faceva parte della pattuglia che, il giorno dopo, aveva raggiunto questo luogo.
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Era una corriera che trasportava una trentina di persone. Proveniva da Bela Vista ed era diretta  a Maputo. Ognuno aveva il proprio sacco di mais, fagioli e riso che avrebbe venduto al mercato. Sino ad allora non era mai accaduto nulla, tanto che tutta la zona sembrava libera da pericoli. 

Proprio nel tratto che stavamo percorrendo in quel momento, la corriera venne bloccata da un colpo di bazooka. I guerriglieri, usciti dai cespugli, iniziarono a uccidere i passeggeri con baionette e pugnali. Quelli che scappavano, tentando di nascondersi tra gli alberi, erano un bersaglio per i fucili automatici. Una donna che correva con un neonato legato alla schiena si trovò davanti un guerrigliero che, sparando, uccise in un colpo solo lei e il piccolo.
Il mezzo venne incendiato e saccheggiato. Solo il giorno dopo si seppe della tragedia. Due passeggeri erano ancora vivi e raccontarono quello che era accaduto.

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Nella Renamo sono inizialmente confluiti gli interessi degli ex coloni portoghesi e i timori del Sudafrica di fronte alla scelta marxista di Samora Machel e le influenze che questa poteva esercitare nella lotta della maggioranza nera sudafricana contro l’aparthaid. Il rischio poteva essere allontanato favorendo la nascita di una forza in grado di contrapporsi al governo del Frelimo.

In seguito alla Renamo hanno aderito anche molti che, dopo le promesse di benessere, avevano visto la situazione peggiorare ogni giorno di più. Le azioni della Renamo si sono limitate inizialmente a brevi occupazioni di villaggi per esporre i propri obiettivi politici, per poi divenire sempre più violente sino a giungere alla distruzione di infrastrutture sociali, al saccheggio, al rapimento di persone, all’incendio dei raccolti, agli attacchi ai veicoli lungo le principali vie di comunicazione.
Dapprima il governo ha sottovalutato il movimento d’opposizione: vi era ancora l’entusiasmo dell’indipendenza per cui riteneva di avere il popolo dalla propria parte. In seguito, quando le azioni della guerriglia sono divenute più frequenti, è iniziata una campagna denigratoria che definiva i guerriglieri banditi armati, lo stesso appellativo che i portoghesi avevano attribuito, alcuni anni prima, ai combattenti del Frelimo.
Con il tempo il conflitto si è esteso: una lotta senza vincitori né vinti, che sta trasformando il Mozambico in una distesa di rovine.
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È quasi mezzogiorno quando arriviamo a destinazione. Bela Vista ha un’architettura semplice: una larga via centrale con bassi edifici, la maggior parte segnati dalla guerra.
Ci dirigiamo al centro sanitario, una piccola  e  vecchia costruzione in muratura composta da tre locali: uno studio medico, una sala per le visite e un laboratorio. Lo studio medico possiede una vecchia scrivania e due sedie metalliche mentre del laboratorio non è rimasto nulla: solo due lavabi, ma senza acqua, e un armadio semivuoto.
La sala per le visite è divisa da una tenda che nasconde un lettino con una coperta su cui si stende l’infermo, una sedia, una scrivania e uno scaffale con qualche siringa. Nessun medicinale, a parte l’aspirina. Non vi sono medici, ma solo due infermieri. I medici sono presenti solo negli ospedali delle grandi città, mentre nelle località più piccole vi sono dei semplici infermieri.

I centri sanitari hanno la funzione di curare i casi più semplici, mentre chi ha necessità di ricevere un trattamento specialistico è inviato negli ospedali cittadini, sebbene la guerra renda difficili gli spostamenti. Il rischio del viaggio, la mancanza di mezzi di trasporto e di denaro costringe le persone a rivolgersi al curandeiro, il guaritore del villaggio, ma con ben scarsi risultati.

 

Sono le due del pomeriggio quando ripartiamo. I medicinali che abbiamo lasciato non sono molti ma potranno risolvere, almeno per un poco, una parte dei problemi sanitari della popolazione.
Durante il tragitto i militari mi chiedono delle sigarette, ma non ne possiedo. Do loro un po’ di denaro e mi ringraziano, ma non accettano di farsi fotografare. Giunti al molo, ci informano che il traghetto ha un guasto e stanno cercando di ripararlo.

Arriviamo a Maputo a sera inoltrata. Il traghetto ripartirà il mattino seguente, ma la piccola sala d’aspetto è già occupata dalle venditrici di pesce che, avvolte nelle capulane per ripararsi dall’umidità e dal vento della notte, tra poche ore saranno nuovamente dall’altra parte della baia, come hanno fatto quella mattina e come continueranno a fare, giorno dopo giorno, in un’interminabile lotta per la sopravvivenza.