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1987
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Mendicanti e bambini - Gennaio
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Si trovano praticamente ad ogni angolo della città. Seduti per terra, fermi ai semafori o lungo i marciapiedi, i mendicanti e i bambini sono una presenza costante, inevitabile.
Scalzi, gli abiti laceri, i mendicanti sono presenti in quasi tutti gli angoli della città e spesso si fanno accompagnare da bambini che appartengono alla loro stessa famiglia. È quasi impossibile durante la giornata non essere avvicinati da qualcuno con il braccio teso: un cieco, un bambino di strada, un anziano che a stento si regge in piedi. Sotto il sole o la pioggia, a volte ingiuriati, a volte disprezzati, spesso evitati, la loro presenza è continua. Ai semafori, nei negozi, nei bar, nei mercati vi è una processione quotidiana di persone che chiedono qualche moneta. La città di Maputo ha una comunità islamica rilevante che segue scrupolosamente i precetti religiosi, uno dei quali prescrive la carità al venerdì ed in questo giorno della settimana è possibile vedere file di mendicanti davanti ai negozi gestiti da islamici in attesa di ricevere una moneta. Spesso non occorre neppure entrare: un incaricato del proprietario, sulla soglia del negozio, distribuisce a tutti i poveri che si avvicinano una moneta prelevata da un sacchetto che tiene in mano. In questo modo si zittisce la coscienza e si assolve un obbligo religioso.
Oltre ai mendicanti, le strade sono piene di bambini che si offrono come guardiani d’auto in cambio di una moneta o di un pezzo di pane oppure commettono furti o svolgono piccoli lavori. Alcuni sono orfani, altri invece sono stati spinti sulla strada dai genitori per guadagnare qualche cosa. Sono abbandonati alla loro sorte e crescono nell’isolamento.
A Maputo, nel giardino botanico, vivono una trentina di loro, organizzati in una comunità dove i più anziani proteggono i più giovani. Spesso non ricordano nulla del loro passato. Francisco ha 11 anni di cui quattro vissuti per la strada. È sospettoso e guardingo ma ha accettato di parlarmi. Quando i suoi genitori si sono separati ha deciso di andarsene da casa. Non ha mai frequentato una scuola perchè “non è necessario per vivere”. Di giorno si procura il cibo con piccoli espedienti e di notte si ritira nel giardino con gli altri. Humberto ha 10 anni ed è senza madre. “La nuova moglie di mio padre mi maltrattava e lui non interveniva. Sanno dove vivo ma non sono mai venuti a cercarmi. Qui ho trovato degli amici”. Antonio non conosce la sua età, ma dimostra circa dieci anni. “Sono andato via di casa perchè la moglie di mio padre mi trattava male e spesso non mangiavo”. Vivono lavando automobili, commettendo piccoli furti, vendendo sigarette, facendo lavori saltuari, spesso vittime dei più grandi che tentano di rubare loro quello che hanno raccolto durante la giornata.
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La Caritas locale ha organizzato un’unità mobile di volontari che di sera si reca per le vie della città a distribuire del cibo, avviando così un dialogo con l’obiettivo di un reinserimento sociale. “ Non è facile – mi spiega Quina, una delle volontarie della Caritas – diversi di loro hanno subito traumi psicologici, altri sono fuggiti da casa perchè maltrattati e altri ancora hanno perso ogni contatto con la loro famiglia. Noi cerchiamo di reintegrarli socialmente, dando loro fiducia e speranza nel futuro inserendoli in centri di accoglimento e insegnando un mestiere”.
Poco oltre l’edificio della Caritas un gruppo di bambini è seduto per terra. Alcuni di loro hanno evidenti segni di denutrizione. Indossano abiti stracciati e nessuno ha le scarpe. Stanno dividendosi dei pezzi di pane che qualcuno ha offerto loro, mentre gli ultimi raggi del sole si riflettono su una grande scritta dipinta nel muro alle loro spalle: “La rivoluzione vincerà”.
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Infanzia rapita - Febbraio
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“Sogno sempre quell'uomo che ho ucciso con queste mani”. A parlare così è João, un giovane di 16 anni, non molto diverso dagli altri suoi coetanei. È stato rapito quando aveva 11 anni: nel suo villaggio sono entrati i guerriglieri della Renamo e, dopo aver ucciso diverse persone, ne hanno rapite altre tra cui João, costretto a camminare per due giorni con un sacco di grano sulle spalle sino al campo base. João ha partecipato a diverse azioni di guerriglia sparando diverse volte. “Se non lo avessi fatto, loro avrebbero sparato a me”.
João è ospite della comunità di recupero Josina Machel per giovani traumatizzati dalla guerra. È l’unica del genere in Mozambico e la sto visitando in compagnia di un funzionario dell’Azione Sociale e del Direttore della Comunità.
La maggior parte dei giovani qui ospitati non ha ancora compiuto 18 anni; molti di loro sono stati rapiti dai guerriglieri durante le incursioni nei villaggi, rapidamente addestrati e costretti a combattere nell’età in cui i nostri bambini abbandonano i cartoni animati e passano ai videogiochi.
“Questi giovani sono a torto considerati dei colpevoli ma in realtà sono delle vittime” commenta il direttore del centro.
Si stimano in oltre undici mila i minori che la guerra ha trasformato e costretto ad uccidere a volte anche i propri parenti. Qualcuno è riuscito a fuggire e ritornare nelle zone d'origine presso la propria famiglia mentre altri, non avendo più nessuno, vagano per le vie delle città dormendo dove capita e vivendo di espedienti.
“La riabilitazione psichica degli adolescenti traumatizzati dalla guerra non avviene attraverso la terapia clinica - mi spiega il direttore dell’Istituto - ma utilizziamo la terapia di riabilitazione ludica. Si tratta di una particolare terapia che consente al paziente di autocurarsi”. Questo progetto di riabilitazione dei giovani traumatizzati è finanziato dall'Unione Europea ed è il primo di questo genere in Mozambico.
M’informo sui criteri di selezione. “Si tratta di giovani che riescono a fuggire dagli accampamenti dei guerriglieri oppure vengono catturati dal nostro esercito durante le azioni militari e, a causa della loro giovane età, vengono inviati da noi”. Il direttore mi indica Bernardo, un giovane di 17 anni che, in quel momento, sta attraversando il cortile. “É stato rapito assieme ai genitori all’epoca del massacro di Muzumane. Il padre, per non avere obbedito ad un ordine dei guerriglieri è stato ucciso. Bernardo ha dovuto inserirsi tra le loro file ed è divenuto comandante di un piccolo gruppo di adolescenti la cui funzione era quella di procurare il cibo nei villaggi. È riuscito a fuggire e tornare a casa ma ha iniziato ad avere grandi problemi relazionali. La terapia attuale pare dia benefici tanto che oggi Bernardo frequenta la scuola primaria e nel tempo libero realizza, assieme ad altri suoi coetanei, dei cesti di paglia. I risultati sono soddisfacenti”.
Gli adolescenti sono sottoposti a sedute sistematiche di conversazioni dove emergono i loro problemi e contemporaneamente è data loro la possibilità di esprimere sentimenti ed emozioni attraverso la danza, il teatro o la realizzazione di attività artigianali. La tappa successiva prevede la frequenza scolastica: la scuola, infatti, è considerata come un ritorno alla vita normale, crea sicurezza e prospettive per il futuro.
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“Per questi giovani la scuola costituisce la seconda famiglia ed in questo modo l’insegnante è un personaggio importante nel ristabilire la loro personalità” conferma il direttore, indicandomi un altro giovane di nome Joaquim e narrandomi la sua vicenda.
Jaoquim ha 17 anni ed è stato un piccolo comandante di un gruppo di ragazzini, tutti rapiti dai guerriglieri nella zona di Manhica. Alcuni mesi fa, catturato dall’esercito regolare durante uno scontro a fuoco, è stato condotto al campo base. I problemi di questo giovane erano legati al fatto che, nella comunità di recupero, si rifiutava di compiere qualsiasi atto che prevedesse un’attività di gruppo se egli non ne era considerato il capo. Lo psichiatra che l’ha in cura sta cercando di ridargli l’infanzia che gli è stata rubata.
Casi simili sono diffusi in tutto il Mozambico: migliaia di adolescenti stanno pagando gli effetti di una guerra che prosegue tra eccessi di violenza commessi da entrambe le parti contro un popolo che non ha neppure la forza di un lamento.
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Un'esperienza di volontariato - Febbraio
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Tra pochi giorni tornerò in Italia concludendo così un periodo intenso ed appagante per ciò che ho visto, per le persone incontrate e, soprattutto, per l’esperienza che ho vissuto. L’occasione per visitare mio fratello, che da tempo lavora qui, mi ha consentito di conoscere la realtà di questo Paese.
Lo scorso dicembre tramite la Caritas mozambicana avevo conosciuto Luis, uno dei coordinatori di Arcoiris, un’associazione mozambicana nata con il proposito di sostenere i minori in condizioni di difficoltà, ed avevo dato il mio contributo nella costruzione della falegnameria. In quella circostanza Luis mi aveva spiegato che l’associazione era stata fondata nel 1984, quando era aumentata la presenza dei minori per le strade a causa della recrudescenza della guerra civile e, grazie ad alcuni finanziamenti ottenuti da alcune agenzie di sviluppo, era stato possibile realizzare il centro di sostegno. Oltre a Luis ho conosciuto Horacio, instancabile animatore delle attività; Luisa, che segue i bambini più piccoli; Joana, che si occupa della cucina. Tutti animati da grande entusiasmo, dividono il loro tempo libero nella gestione dei numerosi impegni quotidiani. Luisa mi aveva spiegato che i primi bambini erano entrati all’inizio del 1985 ed attualmente ne vengono seguiti 63, la cui età varia da 6 a 13 anni. Circa metà di loro sono ospiti nel centro, mentre altri, che vivono nel quartiere con le proprie famiglie, vi si recano quotidianamente usufruendo di un pasto e partecipando alle attività comuni.
Da pochi giorni il centro Arcoiris ha dei nuovi ospiti: sono alcuni bambini che erano stati rapiti dalla Renamo e costretti a vivere nelle zone occupate dalla guerriglia. Qualcuno è molto giovane, ha circa otto o forse nove anni, mentre gli altri dimostrano circa undici anni. Non è possibile conoscere la loro età precisa perché non sanno quando sono nati e conoscono a malapena i loro nomi. Non sono ancora integrati con gli altri e rimangono in disparte. I giorni scorsi è venuto un medico a visitarli, ma per fortuna non hanno gravi patologie. Si trovavano nella provincia di Gaza e sono riusciti a fuggire unendosi ad un gruppo di sfollati che si dirigeva in città. Le autorità li hanno poi portati al centro Arcoiris. Sovente accade che, quando i guerriglieri irrompono in un villaggio, rapiscono i bambini, i quali stanno pagando il prezzo più alto di questa guerra: separati dalle loro famiglie e portati lontano, sono costretti a compiere piccoli lavori nelle case dei soldati oppure vengono addestrati per combattere.
“Non sappiamo il nome dei loro genitori – mi dice Luisa – e nemmeno loro lo ricordano. A volte è possibile riaverli. Cerchiamo di fare capire, a coloro che li hanno rapiti, che un bambino in tali condizioni non può crescere in pace e in serenità. A volte è sufficiente questo, mentre altre volte occorre contrattare con il comandante della base un compenso in denaro o alimenti. Queste storie sono finite bene e questi bambini sono stati salvati da una vita di schiavitù”. Il mio pensiero va a tutti quelli che sono ancora nelle mani dei guerriglieri: quando finirà la loro oppressione?
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Dallo scorso dicembre sono impegnato nella realizzazione della falegnameria. Per fortuna, nonostante la difficile situazione economica, non vi sono molte difficoltà a reperire il materiale da costruzione. Il vicino cementificio funziona, seppur irregolarmente; la sabbia ed il pietrisco sono prelevati poco lontano dal centro di sostegno, anche se i costi di trasporto sono elevati. Le travi di legno per le capriate occorre invece ordinarle per tempo. Si è instaurato un buon clima di collaborazione ed ho avuto la possibilità di insegnare qualche tecnica di base che forse permetterà di rendere più veloce il lavoro nel futuro. Nel giro di alcuni giorni abbiamo completato i pilastri laterali, siamo poi passati ai muri perimetrali e, mentre venivano innalzate le pareti, abbiamo realizzato le capriate su cui andranno a poggiare i pannelli zincati per la copertura. Ma non potrò vedere la conclusione dei lavori perché il tempo a mia disposizione è terminato e devo rientrare in Italia. L’ultimo giorno abbiamo cenato tutti insieme: riso bollito, gallina e coca cola. Ci siamo abbracciati con la speranza di rivederci presto. Mentre mi allontanavo, ripensavo alle parole di Luis: “I problemi che dobbiamo affrontare sono tanti ed i mezzi sono pochi. I bambini che girovagano per la città sono centinaia, orfani o abbandonati dalle famiglie ma non abbiamo più spazio. Abbiamo però fiducia nel futuro e crediamo che questa gente riuscirà un giorno a costruirsi un proprio avvenire proprio partendo dai giovani”.
Nelle lunghe ore del volo verso l’Italia ho avuto il tempo di riflettere. Ho voluto andare in Africa per riconsiderare la mia esistenza, per ritrovare me stesso e forse per portare qualcosa di mio ed ora sentivo che erano più le cose che avevo ricevuto che quelle che avevo dato. Avevo conosciuto un mondo in cui vi erano problemi e difficoltà ma in cui vi era la volontà di reagire; un mondo in cui i sorrisi dei bambini rappresentano la speranza di costruire un futuro migliore.
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Italiani in Mozambico - Febbraio
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La presenza italiana in Mozambico ha origine antiche con visite di commercianti fiorentini e veneziani risalenti al XVI secolo. Tuttavia le prime presenze di rilievo risalgono alla fine dell’Ottocento con le figure di Albasini e Fornasini, il primo abruzzese e il secondo lombardo, che si distinguono per la realizzazione d'importanti infrastrutture; in particolare Albasini darà il suo nome ad un quartiere della capitale Maputo, tutt’oggi mantenuto.
Nel 1899 è costituito il regio Consolato d’Italia a Lourenço Marques e, nel 1911, la regia Agenzia Consolare italiana nella città di Beira mentre, qualche anno più tardi, un gruppo di pescatori di Recanati si stabilisce definitivamente in Mozambico. Il siciliano Giuseppe Buccellato, negli anni Venti del secolo scorso, realizza l’Europa Hotel, la Villa Margherita ed il famoso teatro Varietà, demolito alla metà degli anni Sessanta. Buccellato sarà anche il presidente della Casa Italia, segretario della locale Croce Rossa, console dal 1940 al 1943 oltre che un grande benefattore.
Tra le due guerre mondiali sono diversi gli italiani che risiedono in Mozambico, in prevalenza nella capitale, ma il numero massimo di italiani presenti viene raggiunto in seguito all’affondamento della New Scotland, una nave inglese che trasportava militari italiani, catturati il Libia, nei campi di prigionia in Sudafrica. A poche miglia al largo del porto di Lourenço Marques, il 28 novembre del 1942, la New Scotland viene affondata da un sommergibile tedesco. Dei 767 soldati italiani, solo 119 saranno tratti in salvo da una nave portoghese che raccoglie l’appello di soccorso. Uno di questi è Mario Pizziol, di Treviso, un gioviale e disponibile signore sulla settantina, che incontro nella sua casa di Maputo dove mi narra la sua vicenda.
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" Era il 1942 ed ero in Libia quando gli inglesi ci hanno fatto prigionieri. Dopo qualche settimana siamo stati imbarcati su una nave inglese diretta a Durban, dove saremmo dovuti entrare in un campo di prigionia sino alla fine della guerra. Era quasi mattino quando un siluro lanciato da un sottomarino tedesco ci ha colpiti. Ci siamo salvati in pochi e la nostra fortuna è stata quella di trovarci al largo dell’isola Inhaca, a poche miglia dalle coste del Mozambico. Eravamo allo stremo quanto siamo stati salvati da una nave portoghese giunta in nostro soccorso. Siamo rimasti due mesi in una caserma a Boane, a pochi chilometri dalla capitale, senza poter uscire.
I portoghesi dovevano decidere cosa fare di noi in seguito alla richiesta, da parte delle autorità inglesi, della nostra restituzione che fortunatamente è stata negata. La nave che ci ha soccorso era infatti portoghese e il Portogallo era neutrale. In seguito siamo stati liberi di scegliere: potevamo decidere di tornare in Italia o rimanere in Mozambico. Molti sono rientrati ma qualcuno ha scelto di rimanere ed io sono stato uno di questi”.
Qualche anno più tardi Mario Pizziol si è sposato con un’italiana, ha avuto un figlio che oggi vive in Sudafrica ed ha svolto diverse attività imprenditoriali. “Avevo diverse proprietà, non vivevo male. Dopo l’indipendenza mi hanno lasciato solo la casa in cui abito e sono stato fortunato. Ora la vita è difficile”. Gli domando perché non torna in Italia. “Cosa vado a fare? Non ho più nessuno. Qui almeno vado ogni tanto in Sudafrica a trovare mio figlio”.
Durante la mia permanenza a Maputo l’incontro diverse volte al Club Nautico dove, quasi tutti i pomeriggi, cerca di dimenticare il passato con una partita a carte assieme ad altri suoi coetanei che, dopo l’indipendenza e senza più punti di riferimento in Europa, hanno scelto, rimanendo qui, un futuro di incertezza e insicurezza.
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