1987 - Mendicanti e bambini - Veziano Armandi
 

1987

Mendicanti e bambini - Gennaio

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Seduti per terra, fermi ai semafori, nei mercati o lungo i marciapiedi, s’incontrano in ogni angolo della città ed è difficile durante la giornata non essere avvicinati da qualcuno di loro. Sono i mendicanti, una presenza costante e inevitabile specie il venerdì, quando davanti ai negozi gestiti dagli islamici, i mendicanti attendono il loro turno per ricevere un’elemosina, come prescrive il Corano. Spesso non occorre neppure entrare: un incaricato del proprietario, sulla soglia del negozio, distribuisce a tutti una moneta, assolvendo un precetto religioso.

Non sono soltanto i mendicanti a chiedere un’offerta ai passanti, ma anche i bambini che hanno fatto della strada la loro casa. Alcuni sono orfani e abbandonati alla loro sorte, altri sono spinti sulla strada dalla propria famiglia.
« Ve ne sono oltre tremila solo qui a Maputo » mi dice suor Maria, la responsabile del centro di sostegno delle missionarie salesione situato nel centro della città, all’angolo tra la Nyerere e la 24 de Julho. « Ma il numero comprende tutti i bambini, sia quelli sulla strada che quelli della strada » e mi spiega la differenza. I primi sono quelli che hanno una famiglia e durante il giorno chiedono l’elemosina o del cibo da portare a casa; i secondi sono i bambini che la guerra ha lasciato dietro di sé, naufraghi dispersi in un paese affondato in una povertà infinita. Suor Maria ha organizzato una mensa e un dormitorio per questi ultimi e tutte le sere ne ospita oltre un centinaio.

Decido di sapere qualcosa di più sul loro conto e, grazie alla disponibilità di Horácio con cui mi sono tenuto in contatto dopo la visita al centro Arcoris, mi reco presso la sede dell’Azione Sociale, la struttura governativa che si occupa della protezione delle fasce più vulnerabili della popolazione.
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L’entrata dell’edificio è buia e l’ascensore è fermo da anni. Dietro al banco della ricezione è appeso il ritratto di Joaquim Chissano, l’attuale presidente della Repubblica, mentre sulla parete un manifesto invita a vigilare contro i nemici della rivoluzione.

L’ufficio del signor Nascimento è una piccola e scura stanza occupata da una scrivania, uno scaffale, un tavolino con una macchina per scrivere e lo spazio per due sedie dove prendo posto con Horácio. Gli chiedo quali azioni siano svolte per sostenere i minori e capisco subito che la struttura che rappresenta è priva di risorse economiche e dipende da aiuti esterni. «Distribuiamo soprattutto alimentazione e materiale scolastico grazie ai finanziamenti che riceviamo da varie organizzazioni umanitarie e dall’Unicef. Noi non possediamo mezzi né attrezzature.» Mi fornisce alcuni dati sui bambini di strada: l’età media è di undici anni e quasi nessuno ha iniziato la scuola. Oltre la metà soffre di problemi sanitari e quasi tutti di denutrizione. La maggior parte di loro sopravvive chiedendo denaro ai passanti, svolgendo lavori occasionali o compiendo piccoli furti.
«Ma vi sono altri motivi che li spingono sulla strada – spiega il signor Nascimento - Il conflitto in corso sta generando all’interno delle famiglie divisioni e nuove unioni che spesso i bambini non accettano, preferendo la vita della strada alla convivenza in una famiglia che li respinge
Mi chiede se prevedo di sostenere uno dei programmi che l’Azione Sociale vorrebbe realizzare e gli spiego che la mia intenzione per ora è solamente quella di avere un quadro generale della situazione minorile.
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«Non è così che immaginavamo questo paese quando abbiamo proclamato l’indipendenza», si lascia sfuggire Horácio mentre, all’uscita, passiamo vicino ad una grande immagine di Samora Machel, il presidente scomparso da alcuni mesi in un incidente aereo. Samora Machel era il Mozambico così come Amilcar Cabral era la Guinea Bissau e Agostinho Neto l’Angola. Guerriglieri di formazione marxista che sono divenuti uomini di governo e hanno tentato di ricostruire, dopo secoli di colonialismo, i loro paesi su nuove basi.
Samora Moisés Machel nasce nel 1933 da una famiglia contadina nella provincia di Gaza, la stessa in cui era nato Eduardo Mondlane. Dopo un’infanzia sofferta tra miseria e fame, trova lavoro come infermiere, una delle poche professioni permesse ai mozambicani, e simpatizza con i movimenti anticolonialisti che stanno sorgendo in quel periodo.
Quando nel 1962 viene fondato il Frelimo, Samora non esita ad unirsi ai primi guerriglieri e a partecipare a numerose azioni contro l’esercito portoghese tanto che, alla morte di Mondlane, ne prende il posto.

Il 24 maggio 1975, poche settimane prima della proclamazione dell’indipendenza, dal confine con la Tanzania inizia la marcia che, attraverso città e villaggi, si conclude il 23 giugno nella capitale in fermento. Alla mezzanotte del 25 giugno, nove milioni di mozambicani salutano per l’ultima volta la bandiera portoghese e innalzano quella del nuovo Stato. Nella capitale la cerimonia avviene nello stadio di Machava dove, alla presenza di oltre centomila persone, Samora Machel proclama la nascita della Repubblica Popolare del Mozambico.
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Nel giardino botanico di Maputo vive una comunità di una ventina di bambini che, grazie ad Horácio, ho la possibilità di conoscere.
Francisco ha undici anni di cui quattro vissuti per la strada e, sebbene conosca Horácio, al vedermi è sospettoso ma poi accetta di raccontarmi la sua storia. Quando i suoi genitori si sono separati, ha deciso di andarsene da casa. Non ha mai frequentato una scuola perché “non è necessaria per vivere”. Di giorno si procura il cibo con piccoli espedienti e di notte si ritira nel giardino con gli altri.

Humberto ha dieci anni ed è senza madre.  «La nuova moglie di mio padre mi maltrattava e lui non interveniva. Sanno dove vivo, ma non sono mai venuti a cercarmi. Qui ho trovato degli amici
Antonio non conosce la sua età, ma dimostra circa dieci anni. «Sono andato via di casa perché la moglie di mio padre mi trattava male e spesso non mangiavo. Ora vivo lavando automobili o vendendo sigarette

La storia di Paulo, dodici anni, è forse la più dolorosa da ascoltare. «I guerriglieri sono entrati nel nostro villaggio all’alba, quando tutti dormivano, hanno iniziato a incendiare le case e uccidere le persone. Ho visto mia madre morire colpita da una pallottola. Ho iniziato a correre e sono riuscito a nascondermi. Un missionario mi ha portato qui nella capitale, dove viveva una mia zia. Per qualche settimana sono rimasto con lei ma il suo nuovo marito mi picchiava sempre. Preferisco vivere in questo giardino
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La Caritas locale sta svolgendo un intervento di reinserimento sociale a cui collabora anche Horácio: «Cerchiamo di reintegrarli dando loro fiducia nel futuro, inserendoli in centri di accoglimento e insegnando un mestiere - mi spiega - ma non è facile. Diversi di loro hanno subito traumi psicologici, altri sono fuggiti da casa perché maltrattati e altri ancora hanno perso ogni contatto con la loro famiglia

Poco oltre l’orto botanico, alcuni bambini seduti sul marciapiede sono intenti a prepararsi un pasto con del cibo che qualcuno ha offerto. Dietro di loro gli ultimi raggi del sole si riflettono su una grande scritta dipinta sul muro: La rivoluzione vincerà.