1987 - La speranza di un futuro migliore - Veziano Armandi
 

1987

La speranza di un futuro migliore - Febbraio

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Da pochi giorni il centro Arcoiris ha dei nuovi ospiti e Horácio me li fa conoscere: sono alcuni bambini che erano stati rapiti e costretti a vivere con i guerriglieri, ma per fortuna senza prendere parte ad azioni militari. Non sanno quando sono nati e conoscono a malapena i loro nomi. Alcuni sono molti giovani, dimostrano circa una decina d’anni, mentre altri hanno qualche anno in più.
Accade spesso che i bambini siano rapiti durante un’azione armata e costretti a compiere piccoli lavori nelle case dei soldati oppure addestrati per combattere. «Quando riusciamo a metterci in contatto con i rapitori - mi spiega Horacio - cerchiamo di far capire loro che in tali condizioni un bambino non può crescere in serenità. A volte è sufficiente questo per riaverli, mentre altre volte occorre contrattare con il comandante della base e promettere un compenso
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Horácio vive a Matola, una località situata a pochi chilometri dalla capitale, in una piccola casa sulla via principale. La casa, come tutti gli immobili, appartiene allo stato e l’affitto è modesto: circa tre dollari al mese. Nella sala fa mostra di sè un televisore, che Horácio mi mostra con malcelato orgoglio, motivo di visite di amici e parenti, specialmente alla domenica.

La televisione in Mozambico esiste da circa due anni grazie alla cooperazione tecnica con alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, ma è ancora in fase sperimentale e limitata alla capitale e ai dintorni. In genere le trasmissioni iniziano al pomeriggio con un programma di cartoni animati per i più giovani, seguito da notiziari e dall’immancabile novella brasiliana.
A volte vengono trasmessi dei comizi, specie in occasione di ricorrenze legate ad avvenimenti politici: il giorno degli Eroi mozambicani, il giorno della Donna mozambicana, l’anniversario dell’Indipendenza, l’anniversario della Lotta armata e così via.
I comizi hanno un rituale particolare: l’inizio e la fine sono sottolineati da frasi declamate con il braccio sinistro alzato e il pugno chiuso. L’oratore inizia esclamando Viva il Frelimo! e la folla deve rispondere Viva! per tre volte consecutive. Segue poi il tema del comizio e le frasi attinenti. Se, per esempio, il tema riguarda il lavoro, l’oratore inizia con Viva il lavoro! a cui i presenti devono rispondere, sempre per tre volte, Viva! I comizi si concludono con una serie di abbasso: Abbasso i nemici della rivoluzione!, Abbasso i nemici del popolo! e altri slogan simili, a cui seguono dei proclami tra cui l’immancabile La lotta continua! a cui, per tre volte consecutive, occorre rispondere Continua! 

Il comizio di quel pomeriggio di domenica riguardava l’acquisizione delle proprietà private da parte del nuovo governo: le nazionalizzazioni.
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Il richiamo alla realtà inizia subito dopo l’indipendenza. L’impegno del governo è di costruire un nuovo Stato facendo scomparire ogni residuo di colonialismo.
Nel luglio del 1975 vengono annunciate le nazionalizzazioni, definite una vittoria del popolo. Scuole, collegi, ospedali e cliniche private passano allo Stato. Vengono confiscate le abitazioni, le banche, le fattorie, le imprese e le fabbriche. Vengono nazionalizzati tutti i beni appartenenti alle missioni, incluse le vetture, mentre i missionari sono considerati cittadini come tutti gli altri.

Vengono chiusi gli studi legali e sospesa l’attività dei magistrati: la giustizia deve essere amministrata direttamente dal popolo. Dall’Unione Sovietica e da Cuba tornano i quadri che il Frelimo aveva inviato per la formazione politica. Hanno il compito di dirigere i comizi a cui è obbligatorio assistere e chi si rifiuta deve sottoporsi al giudizio dei tribunali del popolo. Sui muri delle città compaiono vistosi slogan per rammentare a tutti che il Mozambico è diventato un paese socialista.
Vengono organizzati incontri e riunioni per ogni categoria di persone: impiegati statali, agenti di polizia, artigiani, operai, insegnanti... In ogni quartiere, villaggio e fabbrica nascono i grupos dinamizadores, con lo scopo di organizzare corsi di propaganda e vigilare contro i nemici del popolo.
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Viene abolita la proprietà privata, considerata la causa principale di tutti i mali, abolita l’autorità dei regoli, le figure più anziane del villaggio, dimenticando che da sempre sono parte integrante della tradizione africana. Al loro posto vengono messi i segretari del partito, che eseguono senza discutere gli ordini ricevuti. Vengono collocati sullo stesso piano padri e figli, dirigenti e operai, insegnanti e alunni, medici e infermieri.
È indispensabile rompere con il passato e realizzare il modello di Stato Nuovo che i dirigenti del Frelimo hanno elaborato negli anni di clandestinità, anche se per fare ciò si è costretti ad usare metodi duri.

Chi non possiede un lavoro o critica il governo, viene inviato nei campi di rieducazione. Nei comizi vengono annunciate grandi vittorie in tutti i settori: nell’istruzione, nella sanità, nell’agricoltura. Forse le statistiche peccano di ottimismo, ma in fondo quello che viene realizzato è opera di mozambicani ed è questo che conta.
Poco importa che i negozi iniziano a svuotarsi o che manchino insegnanti e materiale didattico: l’importante è convincere che, nel passato, tutto era errato e che è solo il partito ad aver ragione.
Scarseggiando i generi alimentari, si razionano quelli che giungono dall’estero in forma di aiuti; mancando le scuole, ci si siede sotto gli alberi; non avendo libri, si cerca di imparare a memoria. Gli studenti migliori vengono inviati in Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria, Cuba. Molti sono convinti di tornare con una professione, ma imparano solo astratti concetti politici e tecniche militari.
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Nelle lunghe ore del volo per tornare in Italia ho avuto il tempo di riflettere. Andando in Africa ero convinto di portare qualcosa di mio, ma ora mi rendevo conto che quello che avevo ricevuto era molto di più di ciò che avevo dato. Avevo conosciuto un mondo in cui vi erano grandi problemi e difficoltà, ma in cui vi era anche una forte volontà di reagire. 
Un mondo in cui i sorrisi dei bambini rappresentavano la speranza di un futuro migliore.