1987 - Italiani in Mozambico - Veziano Armandi
 

1987

Italiani in Mozambico - Gennaio

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Nel piccolo ufficio il riverbero del sole è attenuato da spesse tende scure mentre un ventilatore cigola sul soffitto muovendo lentamente l’aria tiepida. Le pareti sono rivestite da pannelli di legno e anche i mobili, un’ampia scrivania, due scaffali, un armadio e alcune sedie, sono di legno scuro. In una parete è appeso il ritratto di Samora Machel nell’atto di arringare la folla durante un comizio.

Osservo l’uomo seduto dall’altro lato della scrivania: si chiama Umberto Fusaroli Casadei ed è di Bertinoro, un piccolo centro collinare tra Forlì e Cesena. Mi trovo nel suo ufficio situato nel ristorante dell’aeroporto di Maputo che gestisce, un locale rimasto probabilmente intatto dalla partenza dei portoghesi: pesanti tavoli in metallo, un lungo bancone di legno con dietro uno scaffale semivuoto, un menù che offre solo del pollo e del pesce di bassa qualità. Nei mercati e nei negozi della città non si trova quasi nulla. 

Avevo sentito parlare di Umberto Casadei e delle sue vicissitudini da alcuni italiani residenti in Mozambico. Curioso di conoscerlo sono andato a trovarlo e ora, per nulla disturbato dalla mia visita inattesa, mi sta raccontando la sua storia, un autentico romanzo d’avventure.
Capo partigiano nelle colline romagnole, il padre e uno zio uccisi dai fascisti, Umberto Casadei lascia l’Italia con la moglie Marisa agli inizi degli anni Sessanta e si reca in Rodhesia (oggi Zimbabwe) dove, grazie ad un amico, trova un lavoro presso un ente governativo ed entra in contatto con alcuni esponenti del Frelimo a cui passa delle importanti informazioni. Avvertito in tempo dell’imminente arresto, riesce a fuggire in Zambia ma, poco dopo il confine, viene fermato dalla polizia zambiana che lo rinchiude nel carcere di Lusaka.

La moglie e la sorella si recano allora in Tanzania, dove il Frelimo aveva organizzato le proprie basi, con il proposito di convincere i dirigenti del Frelimo ad intercedere presso il governo dello Zambia: Joaquim Chissano, l’attuale presidente della Repubblica, consegna loro una lettera indirizzata alle autorità zambiane e Umberto Casadei viene scarcerato.  Decide di recarsi in Tanzania e, grazie alla sua esperienza di guerriglia partigiana, partecipa alla lotta di liberazione del Frelimo. È lo stesso Samora Machel ad offrire alla moglie di Casadei, per mantenere lei e il figlio Antonio, un lavoro come cuoca in un ristorante di Dar es Salaam frequentato dai membri del Frelimo.
Toccò poi a mia moglie Marisa allestire il primo ricevimento diplomatico del presidente Samora” mi racconta mostrandomi delle fotografie che ritraggono lui e la moglie con il presidente Samora e Joaquim Chissano, in Tanzania e a Maputo dopo l’indipendenza.
Rimango con lui quasi un’ora. “Vienimi a trovare se ti serve qualcosa. Conosco ancora qualcuno che conta in questo Paese...” scherza salutandomi.

Mentre esco ripenso alle fotografie che mi ha mostrato, un viaggio nel tempo e nella storia, e immagino la moglie Marisa mentre cucina per la delegazione di Reggio Emilia venuta a portare aiuti via nave al Mozambico socialista o, prima ancora, mentre serve tagliatelle e cappelletti ai combattenti mozambicani nel ristorante di Dar es Salaam e pensa con preoccupazione al suo uomo, eterno partigiano coinvolto sempre in qualche guerra di liberazione.

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Come in altri paesi del mondo, anche in Mozambico vivono degli italiani. Alcuni sono imprenditori o commercianti stabilitisi qui da tempo, mentre altri lavorano per delle imprese impegnate a realizzare grandi infrastrutture oppure in organizzazioni umanitarie in qualità di tecnici, insegnanti, medici o volontari.
L’Iscos, l’Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo della Cisl, sta realizzando un intervento di riparazione di materiale ferroviario danneggiato dalle azioni di guerriglia. La CMC (Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna) si sta occupando della costruzione della diga del Limbombo, che dovrà garantire l’approvvigionamento idrico alla capitale, mentre la CMB (Cooperativa Muratori Braccianti di Carpi) è impegnata nella costruzione della diga di Corumana.

Questi grandi progetti, come molti altri in corso affidati ad Organizzazioni non Governative (Ong), sindacati e imprese italiane, sono finanziati dal governo italiano e sono espressione dei rapporti che Italia e Mozambico hanno instaurato negli anni Settanta, quando una nuova visione internazionalista dei rapporti nord - sud aveva fatto convergere l’interesse dei maggiori partiti politici italiani sui paesi di recente indipendenza.  In particolare la guerra di liberazione in corso in Mozambico aveva attirato l’interesse del Partito Comunista. Nel 1973 il comune di Reggio Emilia stabiliva un legame con il Frelimo, inviando aiuti e organizzando l’assistenza sanitaria nei territori liberati mentre qualche anno prima, nel 1970, Paolo VI aveva ricevuto alcuni esponenti del Frelimo, provocando le accese proteste del governo portoghese.
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Tuttavia la presenza italiana in Mozambico ha origini antiche: già nel XVI secolo si hanno notizie di viaggi intrapresi da fiorentini e veneziani, pur se le prime presenze di rilievo risalgono alla fine dell’Ottocento con le figure di Albasini e Fornasini, il primo abruzzese e il secondo lombardo, che realizzano importanti infrastrutture. In particolare Albasini darà il suo nome ad un quartiere della capitale mozambicana, tutt’oggi mantenuto.

Nel 1899 viene costituito il regio Consolato d’Italia e, nel 1911, la regia Agenzia Consolare italiana mentre, qualche anno più tardi, un gruppo di pescatori di Recanati si stabilisce in Mozambico. Il siciliano Giuseppe Buccellato, negli anni Venti del secolo scorso, costruisce nella capitale l’Europa Hotel, la Villa Margherita e il Teatro Varietà, demolito alla metà degli anni Sessanta.  Buccellato sarà anche il presidente della Casa Italia, segretario della locale Croce Rossa e console dal 1940 al 1943.

Tra le due guerre mondiali sono diversi gli italiani che risiedono in Mozambico, in prevalenza nella capitale, ma il massimo numero di presenze viene raggiunto con l’affondamento della New Scotland, una nave inglese che trasportava militari italiani catturati in Libia e diretti nei campi di prigionia in Sudafrica. A poche miglia al largo di Lourenço Marques (come si chiamava allora la capitale), il 28 novembre del 1942 la New Scotland viene affondata da un sommergibile tedesco. Dei 767 soldati italiani, solo 119 riescono a salvarsi grazie all’intervento di una nave portoghese che raccoglie l’appello di soccorso.

Uno dei sopravvissuti è Mario Pizziol, un gioviale e disponibile signore sulla settantina, originario di Treviso, che incontro nel suo appartamento di Maputo dove mi narra la sua vicenda.
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«Era il 1942 ed ero in Libia quando gli inglesi ci hanno fatto prigionieri. Dopo qualche settimana ci siamo imbarcati su una nave inglese diretta a Durban, destinati ad un campo di prigionia. Era quasi mattino, quando un siluro lanciato da un sottomarino tedesco ci ha colpiti. Siamo sopravvissuti in pochi e la nostra fortuna è stata quella di trovarci a poche miglia dalle coste del Mozambico. Eravamo allo stremo, quando siamo stati salvati da una nave portoghese giunta in nostro soccorso. Siamo rimasti alcuni mesi in una caserma senza poter uscire. I portoghesi dovevano decidere cosa fare di noi dopo che le autorità inglesi avevano chiesto la nostra restituzione, che fortunatamente è stata negata. In seguito siamo stati liberi di scegliere: potevamo decidere se tornare in Italia o rimanere in Mozambico. Molti sono rientrati, ma altri hanno scelto di rimanere: io sono stato uno di questi.»
In seguito Mario Pizziol si è sposato ed è divenuto un imprenditore. «Avevo diverse proprietà, non vivevo male. Dopo l’indipendenza mi hanno lasciato solo la casa in cui abito e sono stato fortunato.» Gli domando perché non torna in Italia. «Non ho più nessuno. Qui almeno vado ogni tanto in Sudafrica a trovare mio figlio.»

Durante la mia permanenza a Maputo, lo incontro diverse volte al Club Nautico dove, quasi tutti i pomeriggi, cerca di dimenticare il passato con una partita a carte assieme ad altri suoi coetanei che, senza più punti di riferimento in Europa, hanno optato, rimanendo qui, per un futuro di incertezza e precarietà.