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1986
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Destinazione Mozambico - Novembre
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L’aereo ha iniziato la discesa verso Maputo, la capitale del Mozambico. Il sole è sorto da poco e, man mano che il suolo si avvicina, si distinguono sempre più chiaramente i particolari: corsi d’acqua, alberi, case, strade. Dopo oltre undici ore di volo, sto per giungere in Mozambico.
Lasciate le luci dell’aeroporto di Parigi, mi accoglie il modesto aeroporto di Maputo. La lunga fila per il controllo del passaporto, la dogana e poi finalmente l’uscita dove una piccola folla di persone mi viene incontro: chi si offre di trasportare la valigia, chi tende la mano per chiedere un’elemosina, chi vuole accompagnarmi. Sono disorientato per il caldo, per il lungo viaggio, per l’ambiente che mi circonda tanto che non vedo subito mio fratello, che da circa un anno sta lavorando qui come tecnico per un’azienda italiana, in attesa all’uscita. Il tragitto verso casa si svolge tra lunghi viali alberati, fiancheggiati da alte costruzioni. Il traffico è scarso. Mi colpiscono le persone che vedo camminare lungo i marciapiedi, molte delle quali indossano solo abiti consunti e le vesti variopinte delle donne con i bambini legati alla schiena.
I giorni seguenti visito la città cercando di capire, di assimilare la cultura locale e di farmi un’idea, il più possibile precisa, della realtà di questo Paese. Prima di partire mi ero documentato sul Mozambico ed avevo letto che Maputo, quando si chiamava Lourenço Marques, ossia prima dell’indipendenza, si distingueva per le sue acacie in fiore ed i giardini ben curati.
Quello che vedo è una città che ha perso la sua antica bellezza e che appare fatiscente e trascurata, capitale di una nazione in cui la guerra civile sta assorbendo la maggior parte delle poche risorse economiche disponibili. Gli ascensori che ancora funzionano sono pochi, manca spesso la corrente, il sistema idrico non funziona. Nelle strade la presenza militare è continua, specie nelle ore serali. Lungo le vie vi sono mercatini improvvisati dove le venditrici, tutte donne, espongono i loro prodotti su dei panni stesi nei marciapiedi: pesce secco, banane, ortaggi, sigarette. I mercati sono una caotica massa di umanità piena di colori, voci ed odori. Si vende frutta, carne, frittelle e pane vicino a cumuli di spazzatura, tra la polvere, le mosche ed il traffico.
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File di mendicanti che chiedono l’elemosina e bambini dappertutto che si offrono per piccoli lavori. I negozi non hanno merce in esposizione e molti sono chiusi. Nei bar si trova solo latte o una birra prodotta localmente. Vi è un unico negozio in cui è possibile acquistare prodotti alimentari di importazione, ma è riservato agli stranieri e si paga solo in valuta. Gli alimenti sono razionati e la popolazione possiede delle tessere con le quali riceve mensilmente un determinato quantitativo di riso, olio e zucchero. Anche la benzina è razionata e spesso manca la corrente per i sabotaggi alle linee elettriche. Si vive la povertà ad ogni passo: nelle persone lacere che camminano a piedi nudi, nei bambini che vivono abbandonati per le strade e che si incontrano ad ogni angolo, seduti a gruppi sui marciapiedi con i segni della denutrizione, mentre sui muri inneggiano gli slogan di vittoria del Frelimo (Fronte Liberazione del Mozambico) al potere dal 1975 e minacce rivolte ai “banditi armati”, come sono definiti i combattenti della fazione opposta, la Renamo (Resistenza Nazionale Mozambicana).
Queste, mi spiegano, sono le conseguenze della guerra che, da dopo la proclamazione dell’indipendenza, sta sconvolgendo il Mozambico. Nelle città la guerriglia non è presente ma viaggiare via terra è un’avventura che pochi affrontano. Ci si sposta con l’aereo tra le capitali provinciali oppure, per brevi tragitti, ci si unisce a convogli scortati dall’esercito che però a volte vengono attaccati. A Maputo nessuno si spinge oltre Boane, a soli trenta chilometri. La strada nazionale n.1, quella che collega il Mozambico da nord a sud, è piena di resti di veicoli e mezzi militari distrutti.
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L'urgenza della pace - Dicembre
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Pochi giorni fa un autobus che proveniva dal vicino Sudafrica è stato saccheggiato ed incendiato con tutti i passeggeri dentro, la maggior parte dei quali erano minatori che si recavano a casa per trascorrere il periodo festivo. Noticias, il quotidiano di Maputo, riporta la notizia in poche righe. “A queste notizie non viene dato risalto" mi confida un sacerdote che incontro alla Caritas. “Della guerra non se ne parla esplicitamente. La poca stampa che esiste, tutta di area governativa, la ignora e solo in occasione di stragi è riportata qualche breve notizia, mentre il nome della Renamo non è neppure citato: si parla genericamente di banditi armati”. Però i tre quarti del territorio mozambicano sono controllati dalla guerriglia e la situazione sta peggiorando. La guerra diviene sempre più violenta da entrambe le parti e chi ne paga le conseguenze, come spesso accade in casi come questi, è la popolazione. I profughi sono centinaia di migliaia e continuano a giungere in città alla ricerca di protezione e sicurezza raccontando di atrocità commesse da entrambe le fazioni: villaggi e raccolti incendiati, persone rapite, scuole e centri sanitari distrutti, convogli attaccati e dati alle fiamme. I giovani hanno l’obbligo di presentarsi alla leva militare e, dopo un breve periodo di addestramento, sono mandati nelle zone di combattimento. Tuttavia non esiste un’anagrafe e nessuno pertanto compila le liste di leva. Accade così che nelle strade o all’uscita delle scuole sono fermati coloro che sembrano avere l’età idonea per il servizio militare e condotti nelle caserme, senza neppure poter avvertire la famiglia.
In tutto il Mozambico mancano i generi alimentari di prima necessità: riso, olio, zucchero e farina sono razionati. Il governo ne assegna un determinato quantitativo mensile ad ogni famiglia, indipendentemente dal numero dei componenti. Nei giorni stabiliti si possono osservare lunghe file di persone in attesa davanti ai negozi autorizzati alla distribuzione che, con in mano il tagliando corrispondente al mese, attendono pazientemente di ritirare gli alimenti. Nelle campagne molti mangiano mandioca, l’unica risorsa in alcuni periodi dell’anno oppure fanno bollire delle foglie e delle radici d’albero.
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Al mercato centrale di Maputo ho visto una sola qualità di pesce fresco, il carapão, e del pesce secco. Vi sono pochi ortaggi (pomodori, cavolfiori, cipolle e patate) e poche qualità di frutta, solo manghi e banane. “Qui non arriva quasi nulla ma i pescherecci russi stanno distruggendo il nostro mare con la pesca a strascico" mi informa il mio accompagnatore.
Nei ristoranti la scelta è rapida: un pesce locale (sempre il carapão) oppure il classico pollo. Non vi sono bibite o vino e neppure acqua minerale: occorre comperare questi prodotti al mercato nero, molto fiorente anche se combattuto dalle autorità con ogni mezzo, oppure nell’unico supermercato della città che accetta solo dollari ed è frequentato prevalentemente da stranieri.
Oltre agli italiani, si incontrano americani, canadesi, finnici, svedesi, tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi… È presente anche l’Europa dell’est con russi, polacchi, bulgari, la maggior parte dei quali svolgono la funzione di consiglieri militari. L’Italia sta sostenendo il Mozambico con grandi interventi nel settore sanitario, agricolo e nei trasporti: ho visitato le officine ferroviarie dove è iniziato un progetto di riabilitazione del materiale rotabile condotto dall’Iscos (l’Istituto di cooperazione della Cisl) mentre l’Ansaldo di Genova sta effettuando il montaggio di grandi gru nel porto di Maputo, dove è presente anche la CGIL con diversi interventi di formazione professionale. L’impresa italiana Condotte sta realizzando una diga sul fiume Limbombo che dovrebbe garantire l’irrigazione e lo sviluppo rurale ad una zona molto vasta della provincia di Maputo anche se non è chiaro come ciò possa avvenire nell’attuale situazione, considerato che i tecnici italiani stanno lavorando con la protezione dell’esercito mozambicano ed i rischi di attacchi sono continui.
In Mozambico non vi è famiglia che non abbia avuto un proprio componente colpito, direttamente o indirettamente, dalla guerra. “La gente è stanca della guerra ma non può protestare – mi confida il sacerdote - La protesta è vista come propaganda contro il governo. Ogni tanto qualcuno si lascia andare a critiche eccessive, ma sparisce e non si sa più nulla di lui ”.
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Il centro Arcoiris - Dicembre
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Sono in Mozambico da quindici giorni e mi sento a mio agio. Sto guardando, sto conoscendo e sto imparando. Tutto è nuovo e tutto è diverso. Ho incontrato alcuni italiani che lavorano in progetti finanziati dal nostro governo nel quadro di accordi internazionali di cooperazione. Ho incontrato anche alcuni religiosi della Caritas mozambicana a cui ho chiesto di conoscere più da vicino i problemi legati alla condizione dei bambini che vedo ad ogni angolo di strada, a volte soli ma più spesso in piccoli gruppi. Alcuni molto piccoli, forse sette od otto anni, altri più grandi. Molti di loro sono ospitati in centri di sostegno, uno dei quali è il Centro Arcoiris situato a Boane, una località a poca distanza dalla capitale, e che mi sto recando a visitare in compagnia di Luis e Horacio, i due resposabili del Centro di accoglienza.
Il traffico è scarso, le vetture private non sono molte ed anche gli autobus urbani in grado di circolare sono pochi. La maggior parte è ferma per la mancanza di pezzi di ricambio ma vi sono dei pick up, vetture con il vano di carico posteriore, stipate all’inverosimile di passeggeri molti dei quali in piedi, aggrappati gli uni agli altri. Li guardo passare veloci, con la parte posteriore che quasi tocca terra per il peso e considero che basterebbe una buca più grande o una frenata improvvisa per causare un grave incidente. Nella zona industriale osservo officine, fabbricati, imprese i cui nomi riportati sui muri ormai scoloriti suggeriscono un passato operoso. Sono maglifici, magazzini, fabbriche di calzature, officine di riparazione per veicoli, una fabbrica di insegne al neon, un caseificio … ma poche sono ancora attive. L’incuria, la crisi economica, le conseguenze della guerra ma anche gli errori commessi dal nuovo governo subito dopo l’indipendenza sono all’origine di questa situazione. Dai finestrini dell’automobile osservo l’incessante movimento di un’umanità alla costante ricerca di una forma di sopravvivenza. Immaginavo un’altra Africa, quella che appare spesso nei depliant turistici, un’Africa virtuale che non esiste e mi rendo conto della nostra indifferenza di persone che vivono nei paesi del benessere e che con un pò d’elemosina cercano di sentirsi a posto con le coscienze.
Qui sto vedendo la vera Africa, quella dei disastri coloniali, delle promesse di aiuto non mantenute, delle strade sconnesse, dei pick up pieni di persone aggrappate tra di loro. La vedo nei volti dei bambini che cercano il cibo tra i rifiuti, nelle donne che attendono un’improbabile compratore per le loro povere mercanzie, nell'infinito andirivienti di persone alla ricerca continua di qualcosa per sfamarsi e che mi osservano senza espressione facendomi sentire a disagio per la fortuna di essere nato in un paese diverso.
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Il centro Arcoiris esiste dal 1985 ed ospita oltre sessanta bambini la maggior parte dei quali sono orfani. Giungo all’ora di pranzo ed i bambini sono seduti all’aperto in attesa che venga distribuito il pasto. Mi guardano con i loro occhi sorridenti un pò sorpresi nel vedere un'straneo con la pelle chiara. Qualcuno accenna ad alzarsi e a venirmi incontro ma in quel momento inizia la distribuzione del cibo e ritorna al proprio posto. Li guardo mangiare: in silenzio, seduti su delle basse tavole, il piatto tra le ginocchia, affondano le mani nel riso mescolato con dei pezzettini di carne, ne afferrano un poco con le dita e lo portano alla bocca. “Il più grande ha tredici anni – m’informa Luis – il più piccolo quattro. Diversi di loro provengono da zone dell’interno e sono giunti assieme ai profughi; altri vivevano per le strade e li abbiamo ospitati qui”. Dopo mangiato alcuni di loro si avvicinano tendendomi la mano e presentandosi, proprio come farebbe un adulto: stringo così la mano a Carlitos, Agostinho, Rafael, Pinto, Calven… Altri più timidi mi osservano invece da lontano senza avvicinarsi.
Il centro Arcoiris è composto da diversi edifici circondati da un muro perimetrale. Vi è il dormitorio con letti a castello e armadi in metallo. Un secondo edificio, arredato in modo semplice ma funzionale con lunghi tavoli, è adibito a refettorio ma quando vi è bel tempo, come oggi, i bambini mangiano all’aperto. La cucina è situata esternamente, in un locale separato. Alla preparazione dei cibi provvedono tre inservienti. Un terzo edificio, che viene utilizzato per le attività didattiche e ricreative, possiede due grandi sale ed un ufficio in cui è situata l’amministrazione. Le strutture sono state realizzate senza l’intervento di un’impresa e questo ha consentito un notevole risparmio con il quale è stato acquistato l’arredamento. Gli edifici sono intonacati solo internamente per esigenze di praticità: è stato considerato più importante l’utilizzo immediato della struttura a scapito delle rifiniture che possono essere effettuate in seguito. Vi è anche una falegnameria che consentirà di realizzare dei corsi di formazione per i giovani che vivono in questa località. La falegnameria è però incompleta. “Eravamo in attesa di ricevere un contributo per terminare i lavori e proprio ieri abbiamo saputo che è arrivato” mi spiega Luis. Non potrò fermarmi per molto tempo, tuttavia mi rendo disponibile a continuare la realizzazione che si rivela anche un'occasione per mettere in pratica le mie conoscenze in questo settore. Mi accordo con Luis e Horacio per iniziare il giorno seguente.
È il tardo pomeriggio quando lascio il centro. Mentre Luis mi riaccompagna in città, noto una scritta bianca dipinta nella vetrina vuota di un negozio: Boas Festas. Tra pochi giorni è Natale e chiedo a Luis come trascorrerà questa festa. “Con mio figlio” mi risponde. Poi, dopo qualche istante di silenzio “L’anno scorso mia moglie è stata rapita dai guerriglieri assieme all’altro figlio mentre erano su un autobus che doveva portarli qui in città. Hanno rapito tutti meno i vecchi. Da allora non ho più saputo nulla”.
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Natale in Mozambico. È la prima volta che lo trascorro così lontano e penso all’agitazione delle nostre città in questi giorni e alle persone indaffarate ad acquistare i regali. Qui invece nessuna luminaria, nessuna decorazione per le strade, nessuna agitazione se non quella delle persone che si affannano tutto il giorno per poter procurarsi da mangiare.
Nel 1975, al momento dell’indipendenza, il governo ha abolito il Natale perché festa religiosa ma alcuni anni più tardi, a seguito del malumore popolare, ha ripristinato la festività, ma proclamando il 25 dicembre “Giorno della famiglia”. Il nuovo governo, che ha scelto l’orientamento marxista con un unico partito al potere, il Frelimo, ha sottovalutato la debolezza economica ereditata dal colonialismo. La mancanza di quadri (praticamente tutti i portoghesi abbandonarono in poche settimane il Paese), di personale specializzato, di servizi e di produzione ha fatto fallire il sogno di un nuovo Stato che il Frelimo aveva concepito. A ciò si sono aggiunte le nazionalizzazioni, la limitazione della libertà religiosa, i campi di rieducazione dove sono state deportate decine di migliaia di persone e le violazioni dei diritti umani. Il metodo di gestione economica ha fatto cadere la qualità e la quantità della produzione e molte industrie prive di materia prima, di personale specializzato, dell’impossibilità di accedere al credito hanno dovuto chiudere. Anche la produzione agricola è crollata: le città sono rimaste prive dei prodotti essenziali e il Mozambico è stato ben presto costretto a chiedere il sostegno della comunità internazionale.
Alla fine degli anni Settanta sono iniziate le prime forme di rivolta che si sono poi tramutate in un movimento organizzato di guerriglia, orientato dalla Renamo (Resistenza Nazionale Mozambicana) che, in poco tempo, ha occupato vaste zone del territorio rendendo insicura la circolazione stradale, ha sabotato ferrovie, linee elettriche e le poche industrie che erano ancora in grado di produrre, come gli zuccherifici della Sena Sugar States oggi distrutti. Nei primi anni Ottanta la guerriglia si è tramutata in una vera e propria guerra civile e, come in tutte le guerre del genere, la popolazione si è trovata stretta nelle morsa dei due contendenti. Alle azioni della Renamo sono seguite le rappresaglie del Frelimo contro la popolazione, accusata di collaborare con coloro che il governo chiama “ banditi armati”. Nello scorso ottobre il presidente Samora Machel, assieme a diversi ministri, è deceduto in un incidente aereo, per molti inspiegabile, ed il suo posto è stato preso da Joaquim Chissano che ha iniziato una politica di apertura verso l’occidente.
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La sera della vigilia di Natale, dopo cena, sono uscito per una breve passeggiata. In giro non vi era quasi nessuno, proprio come gli altri giorni quando scendeva il buio. La guerra ha abituato le persone a rimanere chiuse in casa. Può succedere di essere fermati dalla polizia o dai militari che guardano con sospetto chi si muove nelle ore serali. Vi era un silenzio triste, interrotto dalle poche automobili che passavano. Il caldo era mitigato da una lieve brezza che trasportava il profumo delle acacie fiorite di rosso. Un gruppo di bambini mi si è avvicinato chiedendomi delle monete. Erano scalzi, pochi abiti laceri e sul volto i segni della denutrizione. Ho pensato ai nostri bambini, viziati e ben nutriti e ai regali che, il giorno dopo, avrebbero ricevuto. Sono tornato a casa con loro e ho preparato ad ognuno un piatto di spaghetti. Era certamente la prima volta che li mangiavano.
Buon Natale Mozambico e che un giorno la tua gente possa trascorrere questa giornata di festa in pace e in prosperità.
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