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1986
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Una storia tormentata - Dicembre
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Quando entro nel Museo della Rivoluzione, in un soleggiato pomeriggio di domenica, il custode m’informa che sono il quarto visitatore della giornata. «Sono venute tre persone da questa mattina - mi dice - A volte giungono delle scolaresche, ma raramente vedo delle famiglie. La maggior parte dei visitatori sono stranieri che vogliono conoscere meglio la nostra storia». Il museo è sorto nel 1978 ed espone oggetti, materiali e documenti che raccontano le vicende della lotta per l’indipendenza del Mozambico, uno degli ultimi paesi africani a liberarsi dal colonialismo.
Il processo di decolonizzazione in Africa inizia dopo la seconda guerra mondiale, quando francesi e britannici non sono più in grado di mantenere il controllo delle colonie, indeboliti dal conflitto appena concluso. Alcuni paesi raggiungono l’indipendenza attraverso trattative, come le colonie inglesi, mentre per altri paesi l’indipendenza avviene dopo lunghi conflitti, come nel caso della Francia che si oppone ai movimenti di liberazione nelle sue colonie.
Nel 1960 il ciclone delle indipendenze scuote l’Africa. Inizia il Togo in aprile, in giugno è la volta della Somalia, in agosto il Niger, l’Alto Volta, il Ciad, il Congo, il Gabon; in settembre il Camerun, il Madagascar, il Dahomey, il Mali, la Costa d’Avorio, la Repubblica Centro Africana e in ottobre la Nigeria. In un solo anno, quattordici paesi acquistano la loro libertà.
Il Portogallo, nonostante le pressioni della comunità internazionale, continua a mantenere ben stretto il controllo delle sue colonie dove però si sono formati diversi movimenti di liberazione, alcuni dei quali tentano di ottenere l’indipendenza tramite trattative, come era avvenuto per le colonie inglesi. Ma la speranza di raggiungere la libertà senza ricorrere all’uso delle armi si spegne nel giugno del 1960 quando, nella località di Mueda, al nord del Mozambico, alcuni rappresentanti della popolazione si rivolgono all’amministratore protestando per il xibalo, la pratica del lavoro obbligatorio che ogni indigeno doveva periodicamente svolgere a favore dei coloni. Invitati a tornare il giorno seguente assieme a tutto il villaggio per esaminare la questione, a un segnale convenuto un contingente militare portoghese interviene sparando sui dimostranti.
Gli oltre cinquecento morti convincono coloro che ancora coltivavano l’illusione d un’indipendenza pacifica, che la lotta armata è l’unica strada in grado di liberare il Mozambico dal dominio coloniale.
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Nella prima sala del museo sono esposte lettere, documenti e oggetti personali di Eduardo Mondlane, il fondatore della nazione mozambicana.
Mondlane nasce nel 1920 da una modesta famiglia di contadini. A tredici anni, conclusa la scuola primaria, la volontà di proseguire gli studi si scontra con la rigidità del sistema coloniale che rendeva difficile ai mozambicani l’accesso alle scuole superiori. Saranno i missionari Metodisti, convinti delle non comuni doti di Mondlane, a sostenerlo negli studi dapprima in una scuola sudafricana e in seguito negli Stati Uniti. Nel 1951 si laurea in Scienze sociali e, dopo un periodo di insegnamento nella Syracuse University di New York, trova impiego presso le Nazioni Unite come ricercatore sullo sviluppo economico dei nuovi stati africani che stavano nascendo. Questa attività deciderà il suo futuro: nel 1961 lascia le Nazioni Unite, ritorna in Mozambico deciso a lottare per l’indipendenza del suo Paese e, il 25 giugno del 1962, fonda il Frelimo.
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Le linee fondamentali del pensiero di Mondlane sono la costruzione di una democrazia partecipativa, l’istruzione intesa come strumento per l’emancipazione dei cittadini e il recupero della storia del proprio Paese. Un disegno innovativo, ma che le dinamiche internazionali renderanno irrealizzabile. Pur convinto della necessità della lotta armata, non chiude mai la porta diplomatica: “...obiettivo della nostra lotta è il colonialismo e tutti coloro che, con le armi, lo difendono. Noi lottiamo contro il sistema coloniale, non contro il popolo portoghese” afferma nei suoi discorsi.
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Nel febbraio del 1963 i primi gruppi di guerriglieri vengono inviati in Tanzania e Algeria, che avevano ottenuto da poco l’indipendenza, per l’addestramento.
Il 25 settembre del 1964, una data che in seguito diverrà una festività nazionale, un gruppo di guerriglieri apre il fuoco contro il presidio militare portoghese nella località di Chai: è l’inizio della lotta armata che termina nel 1974 con gli accordi di Lusaka e la concessione dell’indipendenza. Ma Eduardo Mondlane non riuscirà a vedere realizzato il suo sogno: l’architetto della nazione mozambicana, come oggi è chiamato, muore in un attentato il 3 febbraio 1969. Alla sua morte, la guida del Frelimo viene presa da Samora Machel che avvicina il Mozambico al blocco sovietico e all’ideologia marxista.
In altre sale sono esposte mappe e documenti che illustrano le varie fasi della penetrazione coloniale e l’organizzazione del territorio, mentre l’ultima sala è dedicata alla trionfale marcia di Samora Machel, avvenuta dopo la firma degli accordi di Lusaka, con cui il Portogallo riconosceva la legittimità giuridica del Frelimo, e divenuta nota come la marcia dal Rovuma al Maputo, i due fiumi che segnano i confini estremi del Mozambico, simboli dell’unità etnica nazionale e dell’indipendenza finalmente e faticosamente raggiunta.
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