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1986
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È la prima volta che trascorro il Natale così lontano dall’Italia e immagino le luminarie nelle nostre città piene d’agitazione per la corsa agli acquisti natalizi. Qui invece le uniche decorazioni esistenti sono le scritte, sparse un po’ ovunque, che esortano a non dimenticare le conquiste del socialismo e a vigilare contro i bandidos armados, mentre la sola agitazione è di chi si affanna tutto il giorno per procurarsi del cibo.
Nei negozi autorizzati è in corso la distribuzione dei generi alimentari, il regalo di Natale che il governo offre alla popolazione grazie agli aiuti internazionali. Nei prossimi giorni, decine di migliaia di persone con la tessera del razionamento in mano, sotto il sole e la vigilanza dei miliziani, attenderanno pazientemente il proprio turno per avere tre chili di riso, tre di farina e un litro d’olio: dovrà bastare sino al prossimo mese. Solo chi possiede un lavoro ha la fortuna di mettere in tavola qualcosa in più per Natale.
Probabilmente i combattenti del Frelimo, quando iniziarono la lotta per l’indipendenza, non immaginavano che un giorno sarebbe stato necessario ricorrere all’aiuto esterno per far sopravvivere il loro Paese.
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Dopo una rapida avanzata verso sud iniziata dai confini della Tanzania, il Frelimo deve fronteggiare l’esercito portoghese ben equipaggiato e armato grazie al sostegno di Stati Uniti, Francia e Germania. Il Portogallo infatti, i cui costi della guerra coloniale in Mozambico e Angola impegnano quasi un terzo del bilancio statale, è costretto a chiedere aiuto alle potenze occidentali in cambio dell’apertura delle sue colonie al capitale privato.
Inizialmente la guerriglia non sembra costituire per i coloni una grande preoccupazione: è confinata al nord in zone disabitate in cui non vi sono insediamenti ed è tenuta sotto controllo da un esercito bene armato, mentre nelle città la sicurezza è garantita dalla Pide, la polizia politica portoghese. Tutto continua normalmente: si progettano nuove infrastrutture e nuove vie di comunicazione, vengono innalzati edifici, inizia la costruzione dell’imponente diga di Cabora Bassa, la più grande dell’Africa sub sahariana.
Ma la crisi nelle colonie portoghesi sta avvicinandosi e, sorprendentemente, ha origine nel cambiamento di posizione dell’esercito, lo stesso che vigila sulla sicurezza dei coloni e che, dopo aver difeso per decenni la dittatura di Salazar, ora cambia atteggiamento e diviene protagonista dei successivi avvenimenti che porteranno alla fine dell’ultimo impero coloniale rimasto, formato da Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Capo Verde, San Tomé e Principe.
Un piccolo stato europeo di appena novantamila kmq domina su un territorio di quasi due milioni di kmq.
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La guerra coloniale, una guerra che si svolge dal 1961 al 1974 in Mozambico e Angola, sconosciuta dall’opinione pubblica perché relegata in secondo piano rispetto a quella più mediatica del Vietnam, mette a dura prova l’esercito portoghese, tanto che nel 1973 diversi ufficiali si associano segretamente nel Movimento dei Capitani, con l’obiettivo di avviare il Portogallo sulla strada della democrazia e della decolonizzazione.
All’inizio del 1974, una serie di attacchi ad alcune fattorie in Mozambico e Angola, un segnale dell’estendersi della guerriglia, suscita accese proteste contro l’esercito che viene accusato d’incompetenza e negligenza nella protezione dei cittadini portoghesi. Le divisioni che si innescano dentro le forze armate nelle settimane successive culminano, il 25 aprile del 1974, nella nota Rivoluzione dei Garofani che pone fine a una delle più antiche dittature europee.
Pochi mesi più tardi, il 7 settembre, a Lusaka, capitale dello Zambia, vengono firmati gli accordi con i quali il governo portoghese trasferisce al Frelimo i diritti di sovranità sul territorio mozambicano e viene stabilita la data della proclamazione dell’indipendenza che coincide con l’anniversario di fondazione del Frelimo: il 25 giugno 1975.
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Negli anni seguenti, diversi osservatori rileveranno il modo affrettato con cui furono consegnate le colonie, in base alle risoluzioni adottate dopo solo tre giorni di colloqui.
Forse nessuno ottenne dei vantaggi: non li ottenne il Portogallo che vide centinaia di migliaia di suoi cittadini, la maggior parte nati in Mozambico, costretti a ritornare in patria dopo aver dovuto abbandonare proprietà, fattorie e industrie senza ricevere alcun indennizzo. Non li ottenne il Mozambico, il cui nuovo governo perse l’occasione di avvalersi dell’esperienza di tecnici e professionisti che avrebbero potuto, e in molti casi voluto, rimanere e collaborare.
Questo errore, riconosciuto anni dopo da Samora Machel (che pare abbia detto a Robert Mugabe, al momento dell’indipendenza della Rhodesia “tienti stretti i tuoi bianchi”), ha avuto conseguenze disastrose per l’economia e la pubblica amministrazione del nuovo stato mozambicano.
Così, mentre il Portogallo iniziava il cammino verso l’integrazione europea, i nuovi stati nati dall’ultimo processo di decolonizzazione del continente africano scivolavano nel caos delle guerre civili.
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La sera della vigilia di Natale, dopo cena, sono uscito per una breve passeggiata. Le strade erano deserte: la guerra ha abituato le persone a rimanere chiuse in casa per evitare di essere fermati dalle pattuglie di miliziani, sospettosi verso chiunque circoli dopo il tramonto. Ho incontrato alcuni bambini, gli abiti laceri e sul volto i segni della fame, che mi hanno chiesto delle monete. Ho pensato ai nostri bambini, viziati e nutriti, e ai doni che avrebbero ricevuto. Un mondo lontano anni luce da questo.
Buon Natale Mozambico, e che un giorno la tua gente possa trascorrere questa giornata di festa in pace e in prosperità.
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