1986 - La capitale della povertà - Veziano Armandi
 

1986

La capitale della povertà - Dicembre

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I like to spend some time in Mozambique, the sunny sky is aqua blue… And you see why it's so unique to be among the lovely people living free upon the beach of sunny Mozambique¹.

Mi vengono in mente le parole di Mozambique che Bob Dylan cantava nel 1975 mentre, in una soleggiata e calda mattina, visito il centro di Maputo, la capitale di un paese devastato dalla fame e dalla guerra. Mi muovo in mezzo a voci, suoni e rumori che giungono da ogni parte: richiami di venditori ambulanti, voci di donne e grida di bambini si mescolano con il rombo dei motori di antiquati camion e autobus carichi all’inverosimile di persone, appese anche all’esterno.

Questa città è un miracolo d’integrazione etnica: neri, bianchi, meticci, indiani e islamici convivono senza difficoltà. Scopro che un carattere distintivo delle persone è la cordialità: se mi soffermo, indeciso su quale strada percorrere, c’è sempre qualcuno che si offre di aiutarmi; se entro in un negozio sono servito subito e i miei tentativi nel rispettare la fila rimangono inascoltati.
Ma la povertà è presente ad ogni passo. L'incontro nelle persone che camminano scalze, nelle continue richieste di denaro dei mendicanti, nei bambini che vivono per le strade abbandonati a loro stessi, ed è curioso abbinare questa povertà ai nomi di molte vie contrassegnate dall’ideologia marxista: Lenin, Mao Tse Tung, Karl Marx, Ho Chi Min...

I “servizi” qui non mancano. Se una macchina si ferma per strada, accorre subito qualcuno pronto a spingerla per qualche moneta; se si parcheggia, c’è sempre qualcuno che si offre come guardiano; se le scarpe hanno bisogno di una lucidata, ad ogni angolo di strada è pronto un lustrascarpe.
Mi soffermo ad osservare le vetrine semivuote dei negozi, i vecchi cartelli pubblicitari sui muri degli edifici, gli scuri e polverosi atri dei palazzi con gli ascensori ridotti ad ammassi di ruggine e sui muri insegne d’imprese ormai scomparse, assieme al nome antico della città.

¹ “Mi piacerebbe passare un po' di tempo in Mozambico dove il cielo è colore dell’acqua marina...  e vedrai quanto è speciale stare tra la gente libera sulle spiagge dell'assolato Mozambico”
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I primi abitanti che s’installarono a Lourenço Marques, così si chiamava in origine la capitale, provenivano da Ilha de Moçambique e dai territori portoghesi dell’India, ma fu solo alla fine dell’Ottocento, con lo sviluppo dei traffici marittimi, che sullo stretto pianoro costiero, l’attuale Città Bassa, si formò il primo tessuto urbano composto da uffici e magazzini mentre nel pianoro sopraelevato, la Città Alta, furono realizzati i quartieri residenziali. Lo sviluppo urbano più consistente avvenne negli anni Cinquanta e Sessanta con lo sviluppo delle zone industriali e residenziali. Poco dopo l’indipendenza, il 3 febbraio 1976, alla città fu assegnato il nome del fiume che passa a poca distanza dal centro abitato, il Maputo.

Con l’indipendenza la città non ha cambiato solo il nome, ma anche la composizione sociale: le abitazioni sono state nazionalizzate e occupate da chi viveva nei quartieri periferici o nei villaggi circostanti, mentre le difficoltà economiche non hanno consentito di provvedere alla manutenzione degli edifici. Gli ascensori si sono fermati, gli impianti idrici hanno smesso di funzionare, lampade e interruttori sono stati asportati. Non essendovi più il servizio postale, le cassette per le lettere sono divenute superflue e quindi tolte; in molti appartamenti i pavimenti di parquet si sono tramutati in legna da ardere, mentre verande e balconi sono stati trasformati in pollai.
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Sopra l’entrata del Mercado Central è riportato l’anno di costruzione, il 1901. Fuori, alcuni mendicanti fanno tintinnare delle lattine vuote per richiamare l’attenzione dei passanti, mentre dentro è un brulicare di persone che si muovono tra file di bancarelle semivuote, le cui bilance esposte farebbero la felicità di un antiquario.
M’informo sugli acquisti di prodotti alimentari adatti ad un europeo e scopro che vi è un unico negozio fornito di generi d’importazione ad uso esclusivo degli stranieri. Si paga in valuta e, misteri dell’indipendenza, all’ingresso un sorvegliante ha il compito di impedire l’entrata ai mozambicani: a loro sono riservati gli empori autorizzati dallo Stato dove si ha diritto a ricevere, una volta al mese, alcuni chili di riso e di farina assieme a un poco d’olio. 

La sede diplomatica sudafricana è un grande edificio grigio circondato da alte inferriate, che nessuno definisce ambasciata perché i rapporti con il vicino Sudafrica, ritenuto uno dei maggiori sostenitori della guerriglia, ufficialmente sono sospesi ma non interrotti: il povero e affamato Mozambico, non potendo permettersi i lussi dell’ideologia, è stato costretto a scendere a patti con il Sudafrica dell’apartheid per non soccombere.

Nel 1984, di fronte alla gravità della situazione, il governo ha firmato gli accordi di Nkomati con i quali il Mozambico s’impegnava a non offrire più ospitalità ai rappresentanti dell’African National Congress, il partito sudafricano che combatte l’apartheid, i cui esponenti trovavano rifugio e protezione a Maputo, mentre il Sudafrica s’impegnava a sua volta a cessare gli aiuti alla guerriglia. Un patto che ha funzionato solo a senso unico: l’Anc non ha più basi a Maputo, ma ai guerriglieri le armi continuano ad arrivare.

Però ora, nei negozi e nei mercati rimasti vuoti per anni, i prodotti sudafricani iniziano a riempire gli scaffali, mentre le rimesse degli oltre centomila minatori mozambicani ritornati a lavorare nelle miniere d’oro del Transvaal, danno un po’ di respiro al bilancio statale. Una situazione paradossale che rappresenta il risultato di due diverse tendenze presenti nel governo sudafricano: quella politica che vede nelle ex colonie portoghesi del Mozambico e dell’Angola la possibilità d’investimenti per le proprie imprese e quella militare che rifiuta la presenza di governi socialisti ai propri confini, un esempio pericoloso in grado di minacciare il sistema dell’apartheid.
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Si chiama Lúcia e vive nel quartiere di Mafalala, un labirinto di vie polverose tra abitazioni in mattoni, legno e lamiera: quasi una favela brasiliana trasportata in Mozambico. Un neonato appeso alla schiena e in mano un cestino pieno di noccioline. Ai piedi un paio di sandali di plastica logori e sul volto l’espressione di chi soffre ma non ha ancora perso la speranza. Prende un piccolo cilindro di plastica che usa come misurino e lo riempie di noccioline che mi versa nella mano.

Il mio tentativo di sapere qualcosa di lei riesce, e forse Lúcia ne approfitta anche per riposarsi qualche minuto. Ha due figli, uno di cinque anni e quello che si porta sulle spalle tutto il giorno, di sette mesi. «La vita non è per niente facile» dice, e racconta di un marito partito per il Sudafrica alla ricerca di un lavoro e di cui non sa più nulla. «Ma un giorno ritornerà per conoscere il suo secondo figlio» afferma convinta. Il cestino di noccioline è la sua unica fonte di guadagno. È in strada dalle otto di questa mattina e solo al tramonto prenderà la via di casa. Quanto guadagna? «Se riesco a vendere tutto anche due dollari. Ma vi sono giorni che torno a casa con il cestino semipieno».
Ma non tutto è guadagno: quasi la metà di quello che riceve serve per comperare il prodotto per il giorno seguente. «La vita non è per niente facile» ripete e riprende il suo cammino sotto il sole di mezzogiorno, con il bambino che sobbalza al ritmo dei suoi passi.
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Quasi al termine dell’Avenida Eduardo Mondlane, il largo viale che attraversa tutto il centro, si raggiunge uno dei più grandi mercati informali, l’ Estrela che, come gli altri mercati informali di cui la città è disseminata, è nato dall’iniziativa di qualcuno che ha iniziato a vedere qualcosa imitato da altri, sino a che le bancarelle sono divenute decine e poi centinaia. Il mercato è cresciuto e si è appropriato dei marciapiedi e poi della strada.

Qui è possibile trovare prodotti importati clandestinamente: vestiti, bibite, liquori, materiale da costruzione, pezzi di ricambio per veicoli, in una continua contrattazione in cui i prezzi sono decisi al momento, in base alla persona che ci si trova davanti e alle necessità del venditore. Una sezione a parte è dedicata ai cibi pronti: si può comperare pesce già cucinato o stufato di carne già preparato. I rifiuti che si accumulano durante la giornata attirano moltitudini di mosche, ma i venditori più attenti a questo aspetto assoldano dei bambini con il compito di scacciarle, mentre altri bambini vanno avanti e indietro offrendo ai passanti delle frittelle. Dietro molte bancarelle vi sono delle donne, i volti invecchiati dal sole e dalla sofferenza, i bambini piccoli al collo. 

Decido di cercare un ristorante con un minimo di garanzie igieniche ed entro in un locale dove è disponibile solo del pollo arrosto, e anche per le bibite la scelta è rapida: vi è solo del succo di frutta. «Ma non è fresco - mi avverte il cameriere - da stamattina manca la corrente». Il cameriere è curioso di sapere da dove vengo e quando esco mi accompagna alla porta. «In questo quartiere vediamo pochi stranieri - mi dice - Faccia attenzione ai borseggi e guardi dove mette i piedi. Hanno portato via anche i tombini dei marciapiedi».

Gli domando se sente nostalgia della città di un tempo. Rimane in silenzio per qualche istante, poi decide che si può fidare. «Sono nato in questa città e l’ho conosciuta quando era ancora Lourenço Marques. Ho lavorato nei migliori ristoranti. Era sempre piena di turisti, le strade erano pulite e i giardini avevano le ortensie e le fontane. Era la "Perla dell’oceano Indiano" e adesso è diventata la capitale della povertà.»