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1986
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Il Centro 25 de Junho - Dicembre
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Boaventura Muleia abita alla periferia della capitale, in uno dei quartieri realizzati nel periodo coloniale per separare la popolazione indigena da quella bianca. La sua casa è costruita con canne di bambù tenute assieme dall’argilla. Come la maggior parte di chi vive nel quartiere, non ha l’energia elettrica e l’acqua la preleva dal pozzo. Uno stretto cortile delimitato da una bassa siepe di arbusti separa la sua casa dalle altre, a loro volta costruite nello stesso modo.
Qui, come negli altri quartieri circostanti, vivono migliaia di sfollati, i deslocados. Fuggiti dalle località rurali per evitare gli assalti dei matsangana (così vengono chiamati i guerriglieri della Renamo dal nome di uno dei loro fondatori, Andrè Matsangaissa), hanno costruito le loro capanne attorno alla città. Maputo, dei 400 mila abitanti che possedeva in epoca coloniale, ne possiede oggi oltre un milione e aumentano a centinaia ogni giorno.
Boaventura è giunto dal suo villaggio alcuni anni prima dell’indipendenza. Il cugino che l’aveva ospitato si era rivolto al proprio datore di lavoro, un colono portoghese, chiedendo un impiego per il parente di cui garantiva la massima fiducia. Tutte le sere Boaventura osservava da lontano le luci della grande città di cui aveva tanto sentito parlare, ma non osava avvicinarsi: se un poliziotto gli avesse chiesto di mostrare l’autorizzazione a circolare nell'area urbana, sarebbe stato un guaio.
Dopo qualche settimana era finalmente arrivata la buona notizia: avrebbe lavorato come domestico in casa di una signora europea. Anche per lui si era avverato il sogno inseguito da molti mozambicani: un lavoro nella grande città. Con gli anni ha costruito la propria casa e si è formato una famiglia, ma non sa dire se l’indipendenza abbia migliorato la sua vita e, prudentemente, non esprime giudizi, ma si limita a delle constatazioni. «Oggi è tutto difficile e la maggior preoccupazione è dar da mangiare ai figli» afferma, mentre mi accompagna al Centro 25 de Junho, una struttura di accoglienza per bambini orfani gestita dal ministero dell’Azione Sociale, che un missionario italiano incontrato nei giorni scorsi mi aveva suggerito di visitare.
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Il traffico è scarso, le vetture non sono molte e anche gli autobus in grado di circolare sono pochi, vecchi e stipati di passeggeri. Nell’Avenida das Industrias le insegne sui fabbricati rievocano un passato operoso: magazzini, officine, dei maglifici, una fabbrica di calzature, una d’insegne al neon, un caseificio… ma la maggior parte sono abbandonati. L’incuria, le difficoltà economiche, le conseguenze della guerra e gli errori commessi dal nuovo governo sono all’origine di questa situazione. Osservo, lungo i marciapiedi, l’incessante movimento di un’umanità alla costante ricerca di una qualsiasi forma di sopravvivenza. Avevo sempre visto le immagini di un’altra Africa, quella virtuale che appare nei volantini turistici, mentre qui sto vedendo la vera Africa, quella dei disastri coloniali e delle promesse di aiuto non mantenute.
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È quasi l’ora di pranzo quando giungo al Centro, accolto da Horácio e Luís, i due responsabili. I piccoli ospiti mi guardano con i loro occhi sorridenti e un po’ sorpresi nel vedere un estraneo con la pelle chiara. Qualcuno accenna ad alzarsi e a venirmi incontro ma in quel momento inizia la distribuzione del pasto e ritorna al proprio posto. Li osservo mentre mangiano: in silenzio, seduti su delle basse tavole con il piatto sulle ginocchia, affondano le mani nel riso mescolato con pezzettini di carne, ne afferrano un poco con le dita e lo portano alla bocca. Dopo mangiato qualcuno si avvicina presentandosi, proprio come farebbe un adulto: conosco così Carlitos, Agostinho, Rafael, Pinto, Calven…
Accompagnato da Horácio visito l’orfanotrofio. Il dormitorio ha i letti a castello e gli armadi in legno mentre un secondo edificio è adibito a cucina e refettorio mentre un terzo edificio viene utilizzato per le attività didattiche e ricreative. Le strutture sono state realizzate senza l’intervento di un’impresa e questo ha consentito un notevole risparmio con il quale è stato acquistato l’arredamento. Le pareti sono intonacate solo internamente per esigenze di praticità: è stato considerato più importante l’utilizzo immediato della struttura a scapito delle rifiniture, che potranno essere eseguite in seguito. Vi è anche una falegnameria, ancora in costruzione, che consentirà ai più grandi di apprendere una professione.
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È il tardo pomeriggio quando lascio il centro e, mentre Luís mi riaccompagna verso casa, noto una scritta bianca dipinta sulla vetrina di un negozio: Boas Festas.
Tra poco è Natale e chiedo a Luís come trascorrerà questa giornata. «Con mio figlio» mi risponde. Poi, dopo qualche istante di silenzio mi confida: «L'anno scorso mia moglie è stata rapita dai guerriglieri mentre si recava al villaggio dei genitori. Hanno saccheggiato l'autobus e hanno portato via tutti i passeggeri. Da allora non ho più saputo nulla di loro».
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